Antigone

19 Giugno Giu 2012 1233 19 giugno 2012

Meglio l'informazione 'slow'

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Stiamo diventando bulimici: le notizie piovono da ogni dove, tutti vogliono darle prima degli altri, i lettori hanno poco tempo e più brevi sono, meglio è.  Ma informarsi, e soprattutto informare, è un'altra cosa. Il giornalista americano Seymour Hersh, autore del reportage sul massacro di My Lai nella guerra del Vietnam che gli valse il Pulitzer, avrà anche 75 anni e sarà forse refrattario alle nuove tecnologie,  ma concordo con lui:  l'informazione non stop è una follia.



La rete è un'enorme, straordinaria risorsa per diffondere ciò che accade (pensiamo solo a quanto sono stati determinanti i social network nella Primavera Araba) e per fortuna nessuno potrà cancellare l'informazione 'fast', ma nel giornalismo deve aumentare quella 'slow': la buona informazione non si può costruire senza dedicarle il giusto tempo. Tempo per  studiare le domande giuste, tempo per pensare alla 'seconda domanda' (quella più importante), tempo per scrivere il più efficacemente possibile. Tempo per verificare le fonti, tempo anche per 'sentire' quello che scrivi e trasmetterlo nella maniera migliore. Così nascono i pezzi e le interviste efficaci, specie se non ti occupi di un argomento solo, ma devi spaziare in più campi.

Eppure, mi chiedo: oggi chi può permetterselo? I giornalisti con un bel contratto, visto che ai tanti precari si chiede di lavorare perfino per 50 centesimi a notizia, lo riportava il sindacato dei Giornalisti del Veneto. E lo fanno perchè, sperano, un giorno, di poter vivere di questo lavoro.  Ma devi pur campare, nel frattempo, e a queste condizioni che pretendi? Vuoi anche la qualità...? Anche questa è la conseguenza dell'evoluzione digitale. Ma chi ci può difendere da questo pericolo per l'informazione e da questo svilimento e sfruttamento della professione se non proprio il sindacato, l'ordine dei giornalisti con il sostegno proprio di quei professionisti ben pagati che hanno la forza di farlo? Qualcosa si sta muovendo, ma bisogna fare di più.

A volte ho questa brutta sensazione: 'tanta informazione' uguale 'niente informazione', basta gettare ami nel mare magnum degli aggiornamenti continui, attirare la gente con esche appetitose e nutrire, non la loro mente o il loro cuore, ma la loro 'pancia'. Ma non abbiamo bisogno di giornalisti che di fronte ad una casa distrutta dal terremoto chiedano alla proprietaria 'Come si sente...?', sigh. Non abbiamo bisogno dei plastici di Cogne, non abbiamo bisogno di programmi che violentino la memoria di Sarah Scazzi. Già, ma sono quelli che fanno audience: dura lex, sed lex ...

Certo che fanno audience: parlare del peggio, mestare nel torbido aiuta chi sta dall'altra parte a sentirsi 'migliore', a pensare: 'Io, per fortuna, non sono così' o 'A me non potrebbe accadere'. Ma fare i giornalisti implica una responsabilità. E soprattutto fare i direttori implicherebbe una responsabilità ...

Sempre più spesso,  mi tornano alla mente le 10 regole della strategia della manipolazione mediatica di Noam Chomsky e, tra queste, la numero 6: usare l'aspetto emozionale molto più della riflessione. Così la gente smette perfino di pensare, di capire, di orientarsi e questo mestiere, anzichè essere il sale della democrazia, il cane da guardia del potere, ne diventa il cane da compagnia.

Ma se, in questo sistema dell'informazione, non sempre chi la governa ha l'interesse a premiare quella buona, c' è una speranza: che lo facciano i lettori e i telespettatori. Il telecomando è una formidabile arma per dire 'no'. Ma lo è ancora di più la rete che può bocciare e ignorare.  Ma che soprattutto può premiare. Premiare di più chi fa il mestiere con cuore e coraggio.

La forza della buona informazione sta qui.





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