Antigone

2 Agosto Ago 2012 0010 02 agosto 2012

Dalla malattia è nato un fiore. D'acciaio.

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Quante volte si può cadere e rialzarsi? Cosa accade quando non riconosci più il tuo corpo, quella parte che manca diventa ‘il pezzo di troppo’  e non trovi più le coordinate del tuo spazio fisico? E  come cambia la femminilità?

Il racconto di una storia vera
Lei è bella, ma non lo sa. Nasconde quella mano che le manca avvolgendo  il moncone in una lunga striscia di garza e si tira giù la manica destra del cappotto. Qui in Italia la gente è curiosa, guarda con insistenza, si spinge fino a chiederle cosa è successo. Lei vorrebbe solo nascondersi.

Si chiama Natasa, è una ragazza serba di Bosnia, ha poco più di trent’anni e i contorni delicati del viso delle donne dell’Est. Le prove della vita sembrano aver eroso questi tratti un po’ alla volta, eppure, dentro di lei lo vedo, lo sento: c’è ancora il nocciolo duro della forza delle donne, in particolare delle donne dell’Est. C’è questa accettazione in loro che non è rassegnazione, ma la consapevolezza che se ti tocca un destino, non puoi subirlo, ma devi darti da fare in ogni modo per andare oltre. Senza rabbia, costruendo il futuro ogni giorno. Sono Fiori d’acciaio.

Anche Natasa è un Fiore d’acciaio. E lo sta scoprendo.

E’ rimasta orfana a quindici anni, il padre ucciso nella tremenda guerra nel suo paese. Si trasferì a Belgrado a studiare, ma i bombardamenti la costrinsero a tornare a casa senza completare gli studi. La vita era dura, la povertà orrore quotidiano.  ‘Non c’era niente, niente  intorno  -ricorda- tutto era distruzione. Nessuna promessa, nessun futuro. La bellezza era scomparsa’.

Aveva i suoi sogni di ragazza e un giovane uomo che era andato a cercare fortuna in Italia e aveva trovato lavoro come imbianchino.  A diciannove anni, lasciati la madre e il fratello, lo raggiunse e lo sposò.

“La vita era bella in Italia -racconta-. Quando, nel ’99, arrivai a Vicenza trovai subito lavoro in un laboratorio orafo. Colleghi e colleghe facevano a gara per insegnarmi l’italiano, creavano occasioni per ritrovarci insieme, presto mi feci nuovi amici. Ero felice”.

A quella felicità parve aggiungersene altra: un figlio. Ma non era così, e nessuno né all’ospedale di Vicenza né a Padova riusciva a dare una spiegazione esaustiva a quella stanchezza perenne che sentiva. Tornò dalla sua famiglia e poi all’ospedale di Belgrado: non era mononucleosi quella che le avevano diagnosticato,  aveva un altro nome, più terribile secondo i medici del suo Paese: linfoma di Hodgkin.

“Non c’era più l’ospedale di Belgrado –ricorda Natasa-. Quello che rimaneva dell’edificio era senza riscaldamento, non funzionavano nemmeno i bagni e si mangiava solo se qualche familiare ti portava il cibo da casa. Tornai in Italia”.

Nel reparto di ematologia di Vicenza, analisi più accurate portano alla diagnosi di leucemia. Ma non solo.

“Sei incinta –le disse il medico- Le cure che hai fatto fino a qui sono state devastanti per il bambino. Devi abortire". "Acconsentii -ricorda-  e fu la decisione più terribile della mia vita. Giurai che mai più, mai più l’avrei permesso”.

La cura con l’autotrapianto di cellule staminali sembrava funzionare, i successivi tre mesi di forti chemioterapie stavano dando i loro frutti. Era uno scricciolo, piccolo e debole, aveva perso i suoi capelli biondi, ma era viva e poteva ancora immaginare un futuro felice. E l’anno successivo rimase incinta:

“Ero felice, troppo felice! Non so come fosse potuto accadere, prendevo la pillola perché a causa del mio fisico debole e delle cure, sapevo che non avrei potuto permettermi un figlio prima di cinque anni, ma era successo!” . Ma i medici non erano dello stesso parere: troppo rischioso, avrebbe dovuto abortire nuovamente. Ma questa volta era determinata: suo figlio sarebbe nato. E nel 2003 quel bambino venne al mondo.

Ma tutto ha un prezzo. E più le cose sono belle più il prezzo è alto.

Tre mesi dopo la nascita del suo bambino Natasa si ammala di nuovo e questa volta la leucemia è più feroce. Servono sei cicli di chemio da un mese ciascuno, suo figlio può vederlo solo negli intervalli di una sola settimana tra le terapie in ospedale. “Mio marito ne riprendeva i progressi con la videocamera, era struggente poterlo seguire solo da lontano…”.

Ormai però la chemio ha fatto il suo lavoro: è pronta per il trapianto, questa volta da donatore. E c’è un donatore americano compatibile. Seguono 50 giorni di camera sterile, il fisico è sempre più provato:  “Ero avvivata a pesare 40 chili per un metro e 65 di altezza. Ma dentro di me sentivo una forza e una motivazione incredibile a vivere: mio figlio”.

E poco a poco la vita torna alla normalità. Un marito che non ti abbandona un istante, un figlio da crescere, l’affetto di tuo fratello che mai avevi sentito così grande,  il bene di tua madre che ti raggiunge per starti vicina e che ti dà forza ogni giorno.

Quanto è bella la normalità. Che traguardo, che conquista, che spinta straordinaria per aggrapparti alla vita pur fatta ancora di qualche piccola ricaduta, di controlli continui. “ Ma dopo un anno mi sentivo ‘come nuova’. Guarita? No, questo nessuno te lo dice mai. Ma nei cinque anni successivi, poco a poco cominciai a crederci”.

Poi accade. “Esattamente un anno fa. Porto il bimbo a scuola, ho un po’ di febbre, ma non mi preoccupo. Ma poi non riesco a camminare, la cosa diventa seria, la febbre sale, sale, ma al pronto soccorso mi dicono che posso  tornare a casa. Io però sto troppo male, non me la sento. Un medico acconsente a tenermi sotto osservazione. Non fosse per lui, non sarei qui. Un’ora dopo ricordo solo un gruppo di medici che si affannano intorno al mio corpo esanime. Poi il buio".

Era setticemia fulminante. I medici riescono a strapparla alla morte, Natasa rimane un mese in coma farmacologico, ma quel maledetto streptococco che aveva avuto la meglio sulle sue difese immunitarie ancora troppo deboli finisce per mandarle in cancrena le dita della mano destra. Quando si sveglia scopre che al posto della mano è rimasto solo un moncone senza dita.

“Non avresti dovuto permetterlo!” urla al marito.

“Ma cosa dovevo fare? Mi dicevano che non c’erano speranze, che avevi tre ore di vita, che dovevo dare il consenso in fretta! Mi dispiace, non avevo scelta!                                       ...volevo solo che tu vivessi …”

“Sì –ammette- al suo posto avrei fatto la stessa cosa, lo so. Ma ero io che non volevo più vivere. In quel mese che passai  ancora in ospedale era a questo che pensavo: a non vivere. La vita si accaniva contro di me: troppe prove, troppi anni passati in ospedale, troppa sofferenza, troppo dolore. E adesso anche questo. Basta. Non volevo più niente e nulla mi interessava più”.

Quando perdi una parte di te, anche dentro di te qualcosa muore. L’intero si spezza e devi ridisegnarlo secondo altri canoni, altri parametri che non sono quelli che conoscevi. E a tutto questo si aggiunge il dolore fisico e la fatica per abituarti ai gesti di tutti i giorni quando scopri che anche quelli che davi per scontati, come vestirti o lavarti i denti, diventano impossibili.

Nella catena di eventi che hanno travolto la sua vita, Natasa ha avuto però la gioia di un figlio, quasi un miracolo considerate le terapie cui si era sottoposta. Ha potuto contare  sull' amore del marito che non l’ha mai abbandonata, sul sostegno della madre che ha nutrito il suo coraggio, e sull'aiuto di operatori della riabilitazione che le hanno insegnato ad avere fiducia. L’hanno seguita con pazienza insegnandole ad utilizzare una mano che non era più una mano e  l’hanno indirizzata verso una psicologa con la quale –come spiega lei- ‘E’ stato come imparare a camminare di nuovo’.

E a guardare di nuovo. Perché Natasa non aveva mai nemmeno voluto sbirciare quello che restava della sua mano. E non c’è terapia possibile con questo rifiuto. Per questo è stato necessario un supporto psicologico, un passo importante nell'accettazione di sé, nel ricostruire 'l’intero'. Cominciando prima a disegnarla quella mano, a immaginarla, poi a guardarla, e poi re-imparando i piccoli gesti quotidiani: vestirsi, cucinare e più avanti anche prendersi cura del suo aspetto, lavorando dunque sul benessere di Natasa, fuori dall’ aspetto sanitario.

“Ma il grande terapeuta –spiega la dottoressa che l'ha seguita- è stato il figlio di Natasa”.

“Sì -sorride lei- disegnava la mia mano, e mi diceva: non vedi, mamma? Assomiglia ad un gelato! E poi la stringeva e la baciava e mi diceva … che era bellissima ...”.

Il passo successivo, non facile, è accettare la protesi. Ma riacquistata una certa autonomia, una certa sicurezza, oggi quel passo non è più inaccettabile. Ma quel che è ancora più straordinario è che oggi Natasa ha capito che potrebbe anche fare a meno della protesi.

“Quasi quasi mostro la mia mano così com’è, senza più nasconderla” ha detto all’ultimo incontro con la psicologa. Frase più bella non avrebbe potuto pronunciarla.

Sì, è un Fiore d’acciaio, Natasa. E il fiore sta mettendo radici anche in quella femminilità che non si riconosceva più. Lei, che era così fiera dei suoi capelli biondi e lunghissimi, che si truccava ogni giorno e non rinunciava mai ai tacchi alti. Tornerà a vestirla quella femminilità. Ma i tacchi contano relativamente.

Conta la luce nel suo sguardo, la sicurezza che le infonde la forza che ha scoperto in se stessa, il riferimento della famiglia, l'amore di suo figlio e un marito che oggi risposerebbe ogni giorno. E soprattutto conta la consapevolezza del suo valore con la quale tornerà a muovere i suoi passi tra la gente. E a testa alta: lei il suo posto nel mondo se lo è conquistato, non le è stato regalato. E’ il suo posto.

L’ho già vista in donne mutilate come lei quella forza. Che aura, che splendore sapevano diffondere!  Un braccio, una gamba, un seno, una mano in meno non fanno meno donne, no.

La femminilità è qualcosa che viene da dentro, dal profondo. E’ la consapevolezza di un’energia potente che può cambiare le cose intorno e dentro di noi, è la certezza di saper accogliere, di fare spazio alla vita. E’ la dolcezza unita alla forza. E’ la volontà di trarre il meglio da se stesse e diffonderlo nel mondo generando bellezza, moltiplicando il bene.

E’ il riconoscere che il corpo non ha meno dignità dell’anima.

E che ciascuno ha bisogno dell’altra per celebrare la vita.



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