Antigone

10 Agosto Ago 2012 1900 10 agosto 2012

La rabbia del web e l'indignazione inutile

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Il tiro al bersaglio, diciamolo, solleva. Fa sentire ‘migliori’. Per un attimo. Sì, è una bella illusione. Perché chi inveisce, urla e offende spesso lo fa perché vede nell’altro il suo stesso limite o il riflesso della sua paura. Un esempio l’abbiamo avuto anche in questi giorni dopo l’accusa di doping a Schwazer e la sua drammatica confessione. Ma nel nostro paese non abituato all'ammissione del fallimento come punto dal quale imparare e ripartire, meno ancora alle scuse ma allo scaricabarile e alle giustificazioni, in tanti hanno contitinuato ad infierire e insultare. Ma riesco perfino a capirli se dentro le stesse organizzazioni che dovrebbero essere garanti della correttezza sportiva non si usa lo stesso metro per misurare la portata degli gli scandali del calcio o, peggio, se all’interno delle istituzioni chi sbaglia non paga. Moltissimi hanno anche dimostrato rispetto e comprensione per un ragazzo distrutto la cui carriera è finita nell’ignominia, ma quello che è accaduto è sintomatico della tanta rabbia da sfogare che c'è in giro.

Ma la rabbia dovrebbe evolvere in altro per produrre cambiamento.

Provo una brutta sensazione riguardo le innumerevoli foto o i post che riportano cattiverie, o peggio, insulti sui social network. Non produce niente cliccare ‘mi piace’,  è solo lo sfogo di un momento anche se il soggetto in questione proprio non mi va. E’ il modo che non va. Sottoscrivere lo spregio o l’indignazione rabbiosa su quei cartelli in cui vengono elencati i privilegi della casta, le facili ironie su questo o quel personaggio pubblico e le sue contraddizioni basta appena a metterci a posto la coscienza. Noi ‘non siamo come loro’, sia chiaro. E vabbè. Ma l’indignazione non serve a niente senza l’azione, e l’azione è ben altro che un dito che clicca, magari da sotto l’ombrellone. Magari, sull'onda dell'emozione, senza nemmeno aver voglia di approfondire. Così un sentimento utile come l'indignazione rischia di assumere i connotati di quella brutta bestia che è il populismo.

Quello che mi sorprende è che questa collettiva ondata di indignazione non si concretizzi in una protesta. Mi chiedo cosa accadrebbe se, come avviene sul web, a turno e senza sosta si presidiassero i palazzi delle istituzioni  e del potere e quelli dove entrano ed escono i politici, se si manifestasse sistematicamente per le strade per contrastare una politica di austerità che sta creando danni soprattutto alle fasce più deboli.  Per chiedere civilmente, ma  con determinazione di ridurre davvero gli sprechi e i privilegi che, presi singolarmente, ogni politico vuole combattere. Di lavorare davvero per una maggiore giustizia sociale e il Bene Comune, questo sconosciuto. Di permetterci almeno di scegliere chi mandare in Parlamento. Forse allora proverebbero vergogna per non cambiare una situazione che, a parole, farisaicamente, singolarmente tutti dicono di voler cambiare.  Magari farebbero finalmente seguire i fatti cominciando a ridurre il siderale spread tra cittadini e politica.

Ma il cambiamento è un processo che riguarda tutti, anche noi. Il nostro modo di vivere, di consumare, di essere. Cosa siamo disposti a rischiare per un mondo più giusto? A cosa siamo disposti a rinunciare in favore di chi ha meno? Cosa intendiamo mettere in gioco?Chiediamocelo. E' questa la premessa. Non possiamo a parole invocare il cambiamento e restare immobili, sperare che siano ‘altri’ a portarlo avanti, ‘qualcun altro’ a pagarne il prezzo, a cominciare dall’impegno.

Sarebbe bello se questa ondata di indignazione producesse frutto unita a tutto il resto che anima questa grande risorsa che è la rete e il mondo dei social. Perché tra quello che sfoga la sua rabbia, chi vuol far sapere al mondo che si è appena svegliato e  chi posta nuove foto, c’è un sacco di pensiero che circola. Informazioni, riflessioni, spunti. E voglia di cambiare vera, e solidarietà, e bellezza, e fermento.

Ma serve impegno. Anche per dare forza a chi già si sta spendendo per questo.

“Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla”. Sono parole di Martin Luther King.                                            Anche questa gira sul web. Ed è da questa si può ripartire.

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