Antigone

31 Agosto Ago 2012 0954 31 agosto 2012

Paura della disciplina o di quel che vogliamo?

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Cosa saremmo se qualcuno che intravede in noi un talento ci stesse col fiato sul collo, ci costringesse ad applicarci con costanza, con determinazione senza concessioni a debolezze?

Me lo chiedo perché sto leggendo  ‘Open’, la splendida biografia di Andre Agassi. Se, come me, non sapete tenere in mano una racchetta non importa, questa biografia è una lezione di vita che vale per tutti. E quando leggi di un odioso padre-padrone che lo costringeva ad allenamenti massacranti la prima domanda che ti fai è: cosa sarei io oggi se qualcuno mi avesse imposto di ‘allenarmi’ in ciò che so fare meglio allo stesso modo, convinto che colpendo 2.500 palle al giorno, 17.500 a settimana, un milione in un anno sarei diventato imbattibile?

Perché, che piaccia o no, è la disciplina, è darsi un metodo che fa la differenza, per quanto il termine possa indisporre. Disciplina è una parola che evoca rigidità, rigore, organizzazione; la associo ad atteggiamenti militareschi e a regole da seguire a prescindere. Nessuna digressione, nessuna concessione all’emotività del momento, men che meno alla creatività o alla fantasia: apparentemente è tutto cassato in nome del principio supremo della ‘tabella di marcia da rispettare’ in vista del raggiungimento di un obiettivo. Apparentemente. Perché nessuna disciplina non significa libertà di creare, di fare, ma lasciarsi trasportare dall’ estro del momento. Può essere proficuo se si è mossi da quel ‘fuoco sacro’ che hanno sperimentato tanti scienziati o artisti, quella molla che nella tensione verso la realizzazione di un obiettivo fa di te stesso un tutt’uno con la disciplina. Ma nella vita quotidiana dove ci sono tante cose da fare, comprese necessarie incombenze, non darsi una disciplina porta  a perdersi in mille rivoli e, infine, a non arrivare da nessuna parte. E se non ci si dà un metodo, una scaletta, finisce che disperdiamo energie in tutte le direzioni perdendo di vista ciò che vogliamo davvero.

O forse, e sta qui il nocciolo della faccenda, non ci diamo una disciplina perché abbiamo paura di quello che vogliamo. Paura di coltivare un sogno troppo grande, un obiettivo che immaginiamo superiore alle nostre capacità o alle nostre forze. Magari non è così, magari è solo che non ci vogliamo abbastanza bene per crederci e allora ecco che odiare la disciplina per principio diventa un alibi. Non costringerci ad un minimo di programmazione ci permette di poter dire a fine giornata: ‘Troppe cose, non ce la faccio a fare tutto, non posso’. In un qualche modo ci autoassolviamo. Ma è un’illusione. In realtà ci condanniamo a non essere davvero ciò che possiamo essere.

Come diceva Thomas Edison nel realizzare un’idea l’ 1%  è ‘inspiration’ e il restante 99% ‘perspiration’ dove 'perspiration' sta per faticare. Non c’è talento che si realizzi senza fatica, 10 mila ore di lavoro secondo il sociologo e giornalista canadese Malcolm Gladwell. E applicarsi, essere determinati anche solo a ricavare gli spazi per dare corpo alle proprie inclinazioni è questione di disciplina.

Sul come organizzare la scaletta delle priorità mi viene in soccorso una bella frase di Andrea Pontremoli, già presidente e amministratore delegato di IBM Italia e ora alla Dallara: ‘Bisogna fare da soli le cose importanti e delegare le cose urgenti’.

Quante volte facciamo il contrario?

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