Antigone

14 Ottobre Ott 2012 1454 14 ottobre 2012

Gli ostacoli per la mamma che torna al lavoro? Spesso sono capi e colleghi.

  • ...

Si registrano sempre più spesso azioni di responsabilità e progetti mirati verso le madri che tornano al lavoro nelle grandi aziende; nelle piccole e medie imprese, specie in questi tempi di crisi, la gestione del quotidiano assorbe invece tutte le energie e la dipendente che annuncia di aspettare un bambino resta, nella stragrande maggioranza dei casi, un problema da affrontare, una grana in più. E questo approccio difficile è un problema per la società dal momento che le Pmi rappresentano la maggior parte del nostro tessuto imprenditoriale.

Nei grandi gruppi si studiano invece sovente programmi dedicati che prevedono dai percorsi con le future mamme agli incontri preparatori al rientro delle madri coinvolgendo i team di lavoro. In alcuni casi c’è davvero molta attenzione nei loro riguardi e questo non può che essere segno di un Paese che si sta evolvendo verso una concezione nordeuropea dell’apporto femminile al mondo del lavoro, pur in presenza di un approccio politico ancora lontano da quei modelli.

E’ noto che, secondo gli studi della Banca d’Italia, se in Italia fosse raggiunto l’obiettivo del 60%  dell’occupazione femminile previsto dal trattato di Lisbona il Pil crescerebbe del 7%. Più donne al lavoro uguale più lavoro da creare, partendo dai servizi alle famiglie. Perché non lo facciamo? Siamo forse masochisti?

La Germania dal 2013 prevede che siano coperte tutte le richieste nei nidi e questo creerà dai 30 ai 40 mila posti di lavoro solo tra le educatrici. Facile, si dirà, la Germania ha i soldi. Ma non sta solo qui il problema.

Perché in Italia l’ostacolo più grande resta quello culturale. Tanto è vero che non si fanno nemmeno le riforme a costo zero come le quote rosa in politica (ve lo ricordate il pianto della Prestigiacomo quando si bocciò la proposta? Sigh). Sono rimasta fortemente contraria per anni a questa ‘riserva’, rèsami conto che di questo passo ci vorrebbero 40 anni perchè le donne possano offrire il loro apporto alla crescita e all’evoluzione dell’Italia, oggi considero le quote una necessità se non vogliamo restare indietro rispetto agli altri Paesi, un ‘male necessario’. Un po’ come la legge Gofo/Mosca per le quote nei cda, un provvedimento temporaneo necessario per rompere uno schema.

Certo, bisogna promuovere spazi per donne in gamba, che meritano (e ce ne sono eccome) ma questa è una realtà che si scontra con la necessità di più servizi per permettere loro di esprimere appieno il loro potenziale. Un cane che si morde la coda, peggio ancora se si considera che, prova dei fatti, resta sempre  fortemente orientato al femminile l’approccio al tema della conciliazione casa-lavoro. La legge 53/2000  per promuovere maggiore equilibrio tra i tempi di cura e di lavoro consentiva ai padri l’accesso ai congedi parentali, ma è stata utilizzata pochissimo. L’uomo che sta a casa con i figli è ancora considerato, non un papà, ma un ‘mammo’.  Siamo anni luce lontani da modelli come quello norvegese dove su questo lo Stato investe moltissimo e in cui i padri, impiegati o manager che siano, rivendicano il diritto di stare a casa in ‘paternità’ riscoprendo un ruolo di cui si sono privati subordinandolo al lavoro e realizzando quanto poi, rientrati al lavoro, possano offrire di più e di meglio alla loro azienda arricchiti da questa esperienza che cambia anche il loro approccio ai problemi.

Alla conciliazione al maschile si fa poco ricorso anche perché generalmente gli uomini guadagnano più delle donne e quindi, dovendo sacrificare uno stipendio, si sceglie quello della donna.

E’ un circolo vizioso che bisogna rompere e che ha la sua radice proprio in un modello culturale da superare. Bisogna modificare l’approccio, anche linguistico alla questione: basta parlare di politiche per le lavoratrici, ma di politiche per la famiglia. Basta dire ‘quanto sono brave a far tutto’: diventa un boomerang. Basta convegni di donne per le donne, incrementiamo la presenza maschile, usciamo da una sterile contrapposizione maschio/femmina: il mondo si cambia insieme estendendo la consapevolezza che più donne al lavoro generano vantaggi per tutti, anche per loro.

Bene fanno dunque le grandi aziende a favorire programmi per il reinserimento delle madri lavoratrici a patto che si concentrino non solo sulle madri, ma sui loro superiori e i colleghi di lavoro. Perché questo fa parte del salto culturale necessario per utilizzare il potenziale femminile nelle aziende.

Troppo spesso la madre che rientra al lavoro ha la sensazione di dover ‘scontare una pena’. I capi, magari inconsciamente, ma si sentono ‘traditi’, i colleghi ne approfittano per guadagnare posizioni a scapito di chi sta a casa. Quante energie fisiche, emotive, professionali si sprecano nella necessità di colmare questo ‘gap’?

Una quantità enorme.

Spesso non sono le notti insonni, l’organizzazione familiare, le malattie improvvise del bimbo a creare i problemi al rientro, tanti padri oggi aiutano le loro compagne, sentono questa responsabilità, e molte donne di valore fanno i ‘salti mortali’ per dare sul lavoro quanto davano prima, per non gravare con assenze e per essere considerate come gli altri. Il problema non è a casa, o non solo, ma proprio sul lavoro, nel creare quel collegamento che si è interrotto, nel recuperare un ruolo, nel legittimarsi come la professionista di prima.

E non devono tenerne conto solo le grandi imprese, ma sopratutto le piccole che in questo potrebbero mettere in atto programmi a costo zero per favorire la continuità di un legame con l’azienda  finchè la lavoratrice è a casa in maternità. Informarla su quanto accade sul posto di lavoro, sui nuovi programmi o i colleghi che arrivano o se ne vanno, permetterle di dare un suo parere sui progetti che riguarderanno anche lei significa  non farla sentire esclusa e ha un grande valore per chi diventa mamma. Significa che lei ha un ruolo nell’azienda, che è importante, che ne è parte. Significa che non smette di essere una professionista di valore perchè è diventata madre. E significa anche permetterle di essere una madre con minori angosce e maggiore serenità.

Non c’è tutto da guadagnare in questo?

Non è sempre solo questione di denaro. E’ questione di sensibilità, di responsabilità, di cultura, di intelligenza. E la grandezza di un'azienda e la sua capacità di stare sul mercato traendo il meglio da tutta la forza lavoro dipende anche da questo.

Correlati