Antigone

5 Novembre Nov 2012 1831 05 novembre 2012

Il destino di una ghianda

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Se sei una ghianda non potrai che diventare una quercia, un giorno. Per quanto tu tenti di deviare il corso degli eventi o di forzare la tua natura, il tuo destino è di diventare una quercia. Niente altro che una quercia.  E' il tuo daimon.

Ciascuno di noi è unico, ciascuno di noi ha un talento, scoprirlo e nutrirlo con l'applicazione è ciò che dà un senso al nostro essere qui e ciò da cui dipende la nostra felicità e il nostro equilibrio. Ma sappiamo riconoscerne i segnali nei nostri figli ? E del nostro talento che ne è stato? Perchè crescere i figli è un po’andare anche alle radici di noi stessi, interrogarci e capire se, mentre loro cercano di fare luce sul loro destino, il nostro lo stiamo compiendo. La teoria della ghianda e il concetto del daimon dello psicanalista e filosofo americano James Hillman racchiudono l'accettazione di un mistero, di qualcosa di innato che chiede solo di poter uscire allo scoperto rispettandone tempi e modalità, diverse per ognuno di noi.

Daimon in greco significa demone. Andando oltre la sua comune accezione, il termine rende l’idea perchè è ciò che pervade tutto il nostro essere. Si rifà al mito di Er di Platone e Hillman descrive il daimon come la creatura divina che ci guida nel compimento di quel  disegno che la nostra anima si è scelta prima di nascere e di cui ci dimentichiamo al momento in cui veniamo al mondo. Ma la vocazione, la chiamata, resta. E il daimon ci spinge a realizzarla.

Alla chiamata del destino spesso sembriamo però resistere, siamo confusi, non sappiamo riconoscere la nostra vocazione. Paura? Disistima? Pigrizia? Forse, semplicemente un' attesa necessaria al suo manifestarsi.  Ma bisogna prestare attenzione ai segnali dell'infanzia. A volte sono improvvisi, a volte perfino  contraddittori, ma solo in apparenza.

Tra i vari esempi Hillman ricorda che Ella Fitzgerald ad un concorso per dilettanti all’Opera House di Harlem dove si presentava per ballare improvvisamente cambiò idea decidendo che avrebbe cantato. Era ... Ella Fitzgerald.

A volte il daimon si rivela così, all’ improvviso, a volte ti protegge affinchè tu raggiunga l’età in cui sarai in grado di guardare in faccia il tuo destino. Come accadde al torero Manolete. Avrebbe innovato lo stile stesso della corrida, ma chi l'avrebbe mai detto? Era timido e pauroso da bambino tanto che gli amici lo prendevano in giro perché era ‘sempre attaccato alle sottane della madre’ così  come in seguito lo sarebbe stato alla mantilla.

La scrittrice francese Colette aveva una vera e propria avversione per la scrittura come se il suo daimon volesse proteggerla da un inizio troppo precoce, eppure negli  anni in cui maturava il vissuto necessario a nutrire i suoi scritti “Colette provava una vera avidità per i materiali della sua vocazione”. Carta di tutti i tipi, matite di tutti i colori, temperini, calamai.. e leggeva, leggeva…

Il modo in cui siamo stati cresciuti, i condizionamenti esterni, gli schemi mentali che ci

costruiamo, le necessità del vivere ci soffocano e ci confondono, ma il nostro daimon è lì per ricordarci che dobbiamo compiere il nostro destino ed è lì a creare le condizioni stesse affinché accada. Facendoci incontrare le persone che dobbiamo incontrare, frapponendo nella nostra vita anche gli ostacoli da superare perché necessari alla nostra evoluzione.

Se realizziamo che esiste la spinta del nostro daimon, allora si spiegano molte cose.

Quando non lo assecondiamo dentro di noi sentimenti, sensazioni si aggrovigliano, stiamo male nell’animo, così come soffre il corpo. E il malessere può esplodere in rabbia o farci implodere. Tutto pur di non ascoltarci e non sarebbe difficile, perché  quando stiamo male è evidente che dentro di noi qualcosa urla. Eppure proseguire su una strada conosciuta, per quanto dolorosa è, almeno all’apparenza, più semplice e sicuro. Ed è il motivo per il quale resistiamo al cambiamento necessario alla nostra realizzazione.

Eppure dovremmo assecondarlo, non resistervi, accogliere anche le difficoltà come parte di un più grande disegno, accettare l’idea di un mistero che deve compiersi.

E a volte,  semplicemente, realizzare che siamo saliti su un palcoscenico convinti di dover ballare e scoprire invece che siamo fatti per cantare.

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