Antigone

11 Dicembre Dic 2012 1458 11 dicembre 2012

Bravi? No, rompipalle.

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I bravi? Diciamolo, sono dei rompipalle.

Rompono parecchio in un sistema in cui la carriera generalmente non la si fa per merito. Vale nella scuola dove gli insegnanti che vogliono fare di più e di meglio spinti dall’entusiasmo per il loro mestiere e  dalla responsabilità nei confronti delle nuove generazioni vengono emarginati da coloro che si rifugiano dietro al classico ‘non è previsto dal contratto’ o al laconico 'esula dal programma'; vale negli enti pubblici dove se proponi qualcosa di nuovo e di diverso ti rispondono ‘No’. Perché no? ‘Perché si è sempre fatto così e va bene così’. Vale naturalmente e più che mai, nella politica come nelle aziende private dove privato fa rima con limitato, lì dove i capi non promuovono gli elementi migliori a beneficio della collettività o dell’azienda, piuttosto i 'signorsì', temendo di essere scalzati da quelli in gamba e di mettere a repentaglio i loro privilegi. Vale anche per i giornalisti.  Quelli bravi, quelli che se non ottengono risposta ad una prima domanda non esitano a porre la seconda o la terza, vengono definiti degli incapaci perchè l'obiettivo è minare il loro valore alla radice (ve la ricordate la lezione di giornalismo di Formigoni ..?).

Vale nelle università, ovviamente. Un nome per tutti: Massimo Marchiori, quello che inventò Hyper Search, l'algoritmo del motore di ricerca google. Gli crearono un posto su misura. Al Mit di Boston naturalmente, mica in Italia.

E vale in genere nel mondo scientifico.

In questo paese di Tafazzi ce la continuiamo a raccontare che bisogna puntare sull’eccellenza, sul merito, che bisogna innovare perché è da questo che dipende non solo la nostra competitività ma la sopravvivenza stessa del sistema Paese. Ma è quello stesso Paese che rischia di perdere una scienziata come Ilaria Capua. Definita ‘mente rivoluzionaria’ dalla rivista americana Seed, annoverata nei top 50 di ‘Scientific American’, nel 2011 ha vinto il Penn Vet World Leadership Award, il più prestigioso riconoscimento al mondo nel campo della medicina veterinaria. Non solo. L’Economist l’ha inserita nella classifica dei personaggi destinati ad influenzare maggiormente il 2013 a livello planetario.

Si darà tempo fino a fine 2012 e poi non avrà che da scegliere tra numerose proposte di lavoro dall’estero. Lei, giustamente, di tempo non ne vuole perdere e chissà quanto ce ne vorrà perché si risolva, ammesso che si risolva, la questione trasferimento del suo laboratorio nei due piani della ‘Torre della ricerca’ della Fondazione Città della Speranza di Padova considerato il contorto inghippo economico-procedurale evidenziato dall’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie per il quale lavora e dove dirige il centro di scienze biomediche comparate. Possibile che, volendo trovare una soluzione, non si riesca a venirne a capo? Forse il problema è proprio volerlo. E il primo a volerlo dovrebbe essere l’Istituto per cui lavora.

Certo, l’ha fatta crescere, ma anche lei ha fatto crescere l’Istituto portandolo ad essere uno dei 10 centri di eccellenza al mondo nel campo della ricerca sui virus influenzali animali. E’ arrivata a Legnaro che la sua sezione contava 8 dipendenti, ora ne assomma 75. Trentacinque ricercatori a tempo indeterminato, oltre quaranta i precari ai quali riesce a garantire  circa due milioni di finanziamenti l’anno accedendo a bandi pubblici e facendo pagare profumatamente attività di ricerca e sperimentazione per le quali le aziende private si rivolgono al centro che dirige. Insomma: attira capitali stranieri.

Ilaria Capua soprattutto ha rotto gli schemi: nel tentativo di trovare una soluzione per la devastante epidemia di aviaria nel ’99-2000 con il suo team ha ideato un protocollo che ha trasformato da ‘proibita’ la vaccinazione negli animali, a ‘raccomandata’ da Ue, Fao, OIE. Nel 2006 si è incaponita: tracciata la mappa genetica del virus H5N1 che aveva già fatto il salto alla specie umana, l’Oms le ha espressamente chiesto di inserirlo in un database consultabile solo da 15 laboratori al mondo. Si è rifiutata. Ha detto ‘No, mi spiace è una questione di coscienza. Sono pagata per tutelare la salute pubblica e a queste informazioni devono avere accesso più persone possibile, perciò le rendo disponibili a chiunque in rete’. Una rivoluzione sulla trasparenza dei dati che poi l’ Oms stessa ha sposato.

Per sua stessa ammissione la Capua è una rompipalle: si ostina a fare quello che ritiene giusto e non quello che converrebbe al quieto vivere. Resasi conto della necessità di creare una struttura amministrativa che fosse in grado, nel pubblico, di accedere ai fondi dei bandi europei, ha insistito finché non l'ha ottenuta. Quando riteneva utile mandare un ricercatore in giro per il mondo a imparare e ad insegnare e le rispondevano che non c’erano i soldi, faceva in modo di trovarli dimostrando che volere è potere. E ritiene giusto che i ricercatori che lavorano con lei, nel loro piccolo, qualche finanziamento se lo trovino. E’ più che una scienziata, è un’imprenditrice della ricerca che lavora nel pubblico pensando secondo il concetto della competitività e dell’eccellenza con l’obiettivo puntato costantemente sui risultati. E li ha portati eccome.

E ha dimostrato di farcela in un ambiente in cui è capitato di fare i conti anche con qualche inevitabile pregiudizio maschile.

Certo, non tutte le persone in gamba ce la fanno. Gandhi ricordava sempre che la sorte di chi vuole cambiare le cose è questa: prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci.

Ma come si fa a non soccombere? La risposta me l’ha offerta indirettamente proprio la stessa Capua. Nell'intervistarla mi sono resa conto che è totalmente consapevole del proprio valore, non potrebbe essere altrimenti considerati tutti i riconoscimenti che ha ricevuto. Certo, era anche il momento giusto per abbattere alcuni steccati, tuttavia in lei c’è qualcosa che viene prima e che ha permesso i suoi risultati ed è stata la volontà di indirizzare i propri sforzi in modo da ampliarne al massimo le ricadute positive per la collettività. E’ qualcosa che ha a che fare con il profondo rispetto di sé e del proprio lavoro, con la passione per il proprio lavoro. Ed è questa consapevolezza di chi sei e del valore di ciò che fai che ti permette di superare ostacoli di ogni genere. E deve essere forte, radicata, ma allo stesso tempo libera anche dalla presunzione di sentirsi arrivati e dal prendersi troppo sul serio. La Capua è proprio così come emerge dal suo libro ‘I virus non aspettano’, sa spiegare cose difficili in modo semplice, sa ironizzare sulle proprie disavventure di donna e di mamma che lavora e sa anche che non può fermarsi mai perché deve continuare ad imparare.

Il 13 dicembre Ilaria Capua incontrerà il ministro Balduzzi. Ministro, contribuisca lei, questa volta, a rompere gli schemi, trovi il modo di passare dalle parole ai fatti dimostrando che questo Paese ha davvero a cuore il merito. La soluzione, se si vuole, la si trova. Ma serve eccellenza, anche in politica, anche nel pubblico. Diversamente, la burocrazia ancora una volta avrà prevaricato non solo il  merito ma, una volta di più, anche il futuro.

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