Antigone

7 Marzo Mar 2013 1920 07 marzo 2013

La crisi, i suicidi e il rischio che i morti diventino merce

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Come dati di un bollettino di guerra si aggiornano continuamente sotto la voce 'suicidi per la crisi'. La situazione economica di sicuro miete le sue vittime, mentre istituzioni locali e associazioni di volontariato fanno quello che possono evitare il peggio.

Nella Regione Veneto esiste uno dei progetti più interessanti d'Italia in questo senso. Si chiama 'InOltre'. Diretto dalla dottoressa Emilia Laugelli,  ha messo in campo un' equipe di psicologi che risponde 24 su 24 a chi non ce la fa più attivando percorsi specifici caso per caso, ma il sostegno va appunto 'Oltre', coinvolgendo specialisti che accompagnino le aziende fuori dalla crisi. Dal giugno dello scorso sono state ricevute 420 chiamate di aiuto e sono 150 le persone prese in carico. Diversi i casi in cui il dramma è stato sfiorato e scongiurato. Certo, l'Italia sta pagando alla crisi il suo triste tributo in vite: la mancanza di denaro, di prospettive, di qualcuno che ti dia fiducia o che semplicemente che ti saldi il dovuto, l’impossibilità di continuare a pagare i propri dipendenti, di onorare i propri impegni, il pensiero della famiglia.

Ma è vero anche che in un momento storico come questo è molto facile semplificare e ricondurre molti fatti, molte morti di imprenditori, a questa causa. Non è escluso che si esalti l’aspetto che ‘fa notizia’ trascurando che magari ad essere invece determinanti in una decisione così estrema, non siano sempre ragioni puramente economiche ma fattori che implicano la sfera relazionale, affettiva. Perché, citando Nietzsche, «Chi ha un perché per vivere sopporta quasi ogni come».

L'unico studio organico riguardo i dati sui suicidi in Italia è inglese ed è stato pubblicato dal Journal of Epidemiology and Community Health e evidenzia un picco negli anni della crisi anche se prima, dal 2000 al 2007, c'è stato comunque un trend di aumento di suicidi e tentati suicidi per motivi economici.  In Italia si tende a semplificare, specie oggi. E’ un male diffuso di questo mestiere sempre più veloce, sempre più pressato da un’enorme quantità di notizie quello del ‘galleggiare sulla la superficie dell’onda’ evitando di immergersi in profondità. Tanto, quello che importa è che quell’onda si infranga nel mare magnum dell’informazione e produca audience, lettori, contatti, commenti. In parole povere, faccia ‘vendere’. E non c’è dubbio che i suicidi per crisi facciano notizia. Ecco, ho questa brutta sensazione: che quei morti siano, alla fine, questo: una merce. Vestita con la giusta dose di rabbia e di indignazione, ma merce.

Ma è come farli morire ancora, vittime due volte di un sistema che deve comunque sempre e solo produrre. Questo non significa che i giornali ‘uccidano’ più della crisi, ma condivido il pensiero del sociologo Giancarlo Rovati,  spesso questi fatti sono usati per accusare il sistema da un lato, e per appagare i lettori con i particolari dall’altro.

Fino a qualche anno fa si affrontava l'argomento suicidi in maniera molto diversa sui media: le notizie si davano brevi e solo se necessario se, ad esempio, si trattava di spiegare perchè la circolazione di una linea ferroviaria era stata interrotta e in quel caso comunque si fornivano solo le iniziali della persona che aveva scelto di togliersi la vita. Ma in linea generale i suicidi non si riportavano, per rispetto delle famiglie e soprattutto per evitare tentativi di emulazione. Con la crisi il suicidio diventa 'la notizia'. E' indubbiamente impossibile non darne conto, ma bisognerebbe farlo con più delicatezza e senza attribuire a queste scelte estreme lapidare motivazioni legate solo alla crisi,  proprio per evitare anche i tentativi di emulazione.

Credo che più che fare da eco ai suicidi si debba raccontare ancora di più il disagio quotidiano delle famiglie e degli imprenditori ricordando loro soprattutto che non sono soli. E che vada tenacemente, ferocemente combattuto il sistema economico e finanziario che ha prodotto le storture sociali che stiamo vivendo. La rabbia e l’indignazione dovrebbero essere strumento per produrre le condizioni per combatterlo. In qualche caso sta accadendo, ma si dovrebbe e potrebbe fare di più. Allora quelli che veramente si sono tolti la vita per la crisi non sarebbero morti invano.

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