Antigone

10 Luglio Lug 2013 1802 10 luglio 2013

Io non clicco sul dolore. E tu?

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Sul web è una corsa a mostrare incidenti e tragedie. Ma essere spettatori del dolore e partecipare al dolore è molto diverso. E noi  stiamo perdendo il senso della parola 'pietà'.

‘Video choc, il reporter filma la sua morte’. Arriva dall’ Egitto ed è solo l’ultimo video dell’orrore rimbalzato su più siti e quotidiani online. Faccio la giornalista e dovrei essere contenta del proliferare di queste opportunità offerte dalla rete e di questa messe di video e foto: più ce ne sono e più sono ‘al limite’, più ‘clic’ si guadagnano e di conseguenza più sale l’appetibilità della testata per un mercato, quello del web, che dovrebbe costituire un’opportunità di lavoro per tanti che amano questo mestiere.

Eppure su quei video di incidenti, esecuzioni, tragedie non riesco a cliccare, non lo voglio fare: non mi piace l’idea di essere spettatrice del dolore, non approvo il piacere voyeuristico che il dolore suscita, non accetto l’idea che la morte diventi un ‘clic’ che si traduce, alla fine, in un prezzo. Mi trattiene un senso di pudore, di rispetto.

Si potrebbe obiettare che non c’è molta differenza tra leggere il racconto di una tragedia, che notoriamente fa vendere molte copie di quotidiani, e vederla. Non sono d’accordo. La lettura resta comunque un filtro, la linea di demarcazione tra l’esibizione e la pietà. Quando mi occupavo di cronaca nera, mi ricordo che si faceva ben attenzione che il corpo di un morto fosse coperto da un lenzuolo prima di fotografarlo o riprenderlo. Oggi, specie online, è una corsa ad esibire e della pietà stiamo perdendo il significato. C’è la gara a mostrarlo il dolore, possibilmente prima degli altri.

Perché, mi chiedo, essere spettatori della morte e della sofferenza? Per esorcizzarle? Per rassicurarci sulla nostra esistenza in vita? Per tranquillizzarci dicendo ‘a noi non può capitare’? O solo per curiosità?

Parlandone sulla  mia pagina Fb ho scoperto che molti, come me, si rifiutano di essere spettatori delle tragedie. Un contatto, tuttavia, mi ha fatto riflettere postando un link in cui sostanzialmente  ricordava che quel lato oscuro serve a ricordarci anche la bellezza che c’è, che l’una non può esistere senza l’altro.

E’ vero. Ma affinchè si realizzi questo credo sia necessario un salto: non essere spettatori del dolore, ma partecipare al dolore. E’ molto diverso. La partecipazione al dolore è in sé Bellezza. La compassione è Bellezza. La pietà è Bellezza. Sono sentimenti che muovono emozioni profonde e che possono indurre al cambiamento, dentro e fuori di noi. Nel fare informazione mi ostino a pensare ci sia una responsabilità civica, il dovere di chiederci come possiamo cambiare in meglio le cose. La rete in molti casi è stata fondamentale per diffondere questa consapevolezza, basti pensare a tutto il movimento della Primavera araba. Ma fuori da certi contesti la logica della corsa al ‘mostrare’ quasi sempre si ferma a suscitare semplice curiosità ed emozioni che non lasciano il segno ma ci anestetizzano progressivamente dal dolore fino a farci confondere virtuale e reale.

La sensazione è che si assottigli sempre di più il confine tra quello che è il caso e non è il caso di esibire. Forse dovremmo riflettere su dove finisce la notizia e dove comincia la morbosità. E cominciare a stendere qualche lenzuolo bianco.

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