Antigone

1 Marzo Mar 2016 0957 01 marzo 2016

Il caso Vendola e i diritti. Ma l'amore è solo gratis.

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Non ho dubbi che Tobia sarà sicuramente circondato dall’amore di Vendola e del suo compagno. E' così per qualsiasi coppia abbia molto desiderato un figlio e alla fine lo abbia tenuto tra le braccia superando molte difficoltà. Questo aspetto non è nemmeno in discussione.

Nichi Vendola con il compagno Ed.

Il tema, in questa vicenda, è tutto concentrato sui diritti: il diritto di due uomini (o di due donne) che si amano ad avere un figlio, il diritto di una donna ad affittare per scelta (si spera) il proprio utero.

E i diritti del soggetto più fragile? Che parte hanno i diritti del bambino? Non si tratta solo di stepchild adoption, oggi pìù che mai urgente e già stralciata dal provvedimento che finalmente riconosce alle coppie gay diritti sacrosanti sui quali l’Italia è in terribile, colpevole ritardo.

Non si tratta, peraltro, di farne solo una questione ideologica di diritto alla genitorialità delle coppie omosessuali.

La metà del patrimonio genetico dei bambini di coppie gay viene acquistata, la verità è questa. Nei casi più complicati, sia per le coppie gay che etero, si tratta di comprare tutto il patrimonio genetico. C’è un fiorente mercato degli ovuli e dello sperma su questo. Si decide consapevolmente per questi bambini, da prima che nascano, che non saranno cresciuti dalle loro madri o dai loro padri: non lo avevano come scopo perché, oggettivamente, sono stati concepiti come fonte di profitto.

Certo, qui ora si apre la questione che di bambini che vengono al mondo non per scelta ma per sbaglio è pieno il pianeta, che ci sono coppie etero indegne di allevare figli eccetera eccetera. Tutto vero. Inoltre, la scienza ha fatto enormi progressi, se vi facciamo ricorso per curare le persone e per opporci alla morte le opportunità offerte dalla scienza devono valere anche per favorire nuove vite. Ma il punto è: fino a dove è lecito, è etico, è giusto spingersi?

Se esiste un dibattito per porre fine all'accanimento terapeutico, forse è il caso anche di interrogarsi sull'accanimento procreativo che (e non solo per difficoltà legislative oggettive) contempla l'adozione come una sconfitta, una seconda scelta. Ma possiamo davvero in nome dell'amore che intendiamo offrire non porre limiti alla decisione di generare una nuova vita?

Perchè l’amore, se ha una caratteristica, è quella della gratuità: non si compra e non si vende. E’ un dono. E se parliamo di far venire al mondo un bimbo come un atto d'amore abbiamo il dovere di non dimenticarlo.

Se il concetto del dono vale per un rene, per il proprio midollo, perché questa caratteristica della gratuità non dovrebbe valere a maggior ragione per un ovulo, per degli spermatozoi? O possiamo giustificare tutto in nome dei diritti degli adulti e dell’amore nel quale verrà cresciuta questa nuova vita? Siamo sicuri che basterà a quel bambino quando avrà la consapevolezza di essere stato concepito in questo modo?

E soprattutto: chi siamo noi per decidere che un bambino, non in conseguenza a situazioni familiari gravi, ma ‘ex ante’, sia privato della madre o del padre biologico? E’ un atto d’amore o di egoismo?

Perché se l’esigenza vera e profonda è quella di essere una famiglia e di dare amore, allora forse varrebbe la pena creare le condizioni per accogliere quei bimbi che già sono venuti al mondo e che i genitori li hanno persi o che sono stati abbandonati. Battersi insieme per le adozioni perchè questi bambini vivano tra chi può garantire loro serenità e amore e non importa che siano due mamme o due papà, una coppia etero o dei single.

Questo sarebbe un atto d'amore: anteporre la felicità e i diritti altrui prima dei propri diritti.

@cinziazuccon

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