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4 Dicembre Dic 2013 1818 04 dicembre 2013

Ucraina, Ue e il disastro di Vilnius

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Il vertice del Partenariato orientale tenutosi a Vilnius la scorsa settimana ha segnato una pagina nera per l’Unione Europea.

La decisione dell’Ucraina, ufficializzata in Lituania dal presidente Victor Yanukovich, di non liberare Yulia Tymoshenko e di non firmare quindi l’Accordo di associazione, ha rappresentato il fallimento della politica miope di Bruxelles nei confronti dell’ex repubblica sovietica. Il risultato ottenuto con la linea dura nei confronti della Bankova è stato quello di aver spinto di nuovo l’Ucraina nelle braccia del Cremlino.

Una strategia suicida, sperimentata già con successo nel caso della Bielorussia. Anche con Alexander Lukashenko, che al pari di Yanukovich ci ha messo ovviamente del suo per tenere a debita distanza l’Europa, l’Ue non è mai riuscita a trovare i toni giusti. E Minsk, come gli altri 5 paesi del Partenariato orientale, è oggi più vicina a Mosca che a Bruxelles.

Idem dicasi per Erevan. L’Armenia, poco prima del summit a Vilnius che è diventato storico solo per essere stato un disastro, ha deciso di abbandonare il cammino europeo e accettare le offerte della Russia per l’entrata nell’Unione euroasiatica. Il progetto dell’Urss light, lanciato da Vladimir Putin privato dell’ideologia comunista e basato sull’integrazione economica, sembra essere più attraente per le ex repubbliche sovietiche della casa comune europea. A ragione o a torto, si vedrà.

A Vilnius l’Unione Europea ha festeggiato i passi avanti di Georgia e Moldova. In realtà, come ha mostrato il caso dell’Ucraina, paragrafare l’Accordo di associazione non significa poi sottoscriverlo. La vera firma dovrebbe arrivare il prossimo anno. Tutto il tempo, soprattutto per Chisinau, per dare la prossima delusione a Bruxelles. La piccola repubblica incastonata tra Romania e Ucraina, con il buco nero della Transnistria legata in doppio filo a Mosca, potrebbe essere sottoposta nei prossimi mesi alle stesse pressioni che hanno convinto l’Ucraina a rimanere sotto l’ombrello del Cremlino.

Infine l’Azerbaigian. Il gas del Mar Caspio che viene e soprattutto verrà pompato in Europa è il fattore principale che lega Baku a Bruxelles. Poco contano gli standard democratici di un paese che l’Unione Europea corteggia invece per ragioni molto materiali. Ciò che interessa a entrambe le parti non è in fondo l’integrazione nell’architettura europea, ma il business energetico.

Per arrivare all’obiettivo non ci vuole certo la scusa del programma farsa del Partenariato Orientale di cui l’Azerbaigian é il fanalino di coda.

(Via LIMES)

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