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10 Luglio Lug 2014 1011 10 luglio 2014

L'Ucraina e le guerre del gas

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Infografica RFERL

Mettiamola così: provate a casa vostra a non pagare per sei mesi la bolletta e vedete cosa succede. Certo, potete chiamarla guerra, appellarvi ai tribunali, protestare contro i prezzi alti, ma se vi staccano il gas è solo colpa vostra. E finché non fate il versamento con gli arretrati, la pasta la mangiate fredda. Non c’è bisogno di scomodare quindi la geopolitica per spiegare la questione tra Gazprom e Naftogaz: i debiti vanno saldati, punto e basta.

Il blocco delle forniture da parte della Russia è normale ed è assurdo che il governo ucraino guidato da Arseni Yatseniuk voglia pagare i 268 dollari per 1000 metri cubi, fissati da Victor Yanukovich e Vladimir Putin nel dicembre del 2013 nell’ambito del pacchetto di aiuti di Mosca a Kiev. La rivoluzione di febbraio e il regime change hanno mandato a farsi benedire gli accordi e il nuovo establishment ucraino si è rivolto all’Occidente per ottenere quei miliardi di cui ha bisogno per non affondare. Il guaio è per Kiev che il gas deve comprarlo comunque dalla Russia.

Sino a dicembre 2013 il prezzo si è aggirato intorno ai 400 dollari (basato sugli accordi del 2009, rivisti nel 2010 con gli accordi di Kharkiv). Negli ultimi tre anni, Yanukovich ha tentato invano di rivedere l’intesa firmata allora da Yulia Tymoshenko (per la quale l’eroina della rivoluzione arancione è finita in galera), sino a che sei mesi fa, con il rifiuto di firmare l’Accordo di associazione (AA) con l’Unione Europea, Kiev sembrava aver preso la strada per Mosca. Il ribasso, fissato nel contratto con la clausola di revisione trimestrale, è stato ovviamente annullato dopo il cambio di rotta del nuovo governo ucraino che ha firmato a marzo la parte politica dell’AA con Bruxelles. Ritorno quindi al prezzo vecchio, senza nemmeno lo sconto di quei 100 dollari stabilito nel 2010 in cambio della permanenza della flotta russa a Sebastopoli sino al 2042, sparito dopo l’annessione della Crimea.

Tra le due cifre ufficiali, mai pagate in realtà (oltre 500 e 268) la realtà è che Kiev dovrà pagare mediamente come pagano i clienti occidentali di Gazprom, e cioè circa 380 dollari per 1000 metri cubi (c’è chi ne paga poco più di 300, chi più di 450). Le pretese ucraine sono in sostanza fuori dal mercato europeo: la Russia fa prezzi di favore a Bielorussia o Armenia (entrambe sotto i 200 dollari) nel contesto dei rapporti all’interno dell’Unione Euroasiatica (oltre al fatto che Gazprom possiede i gasdotti bielorussi) e non c’è nessuna ragione per cui debba fare beneficienza all’Ucraina. La mediazione europea è difficile, perché alla fine dei conti sarà l’Occidente a dover sborsare il danaro per pagare la bolletta che comunque va onorata.

È ora di finirla con la solfa dell’energia come arma, visto che basta attenersi ai contratti (o risolverli anche davanti ai tribunali d’arbitrato come hanno già fatto clienti occidentali di Gazprom) per evitare che scoppino le cosiddette guerre. I rapporti energetici tra Russia e Ucraina sono sempre stati filtrati dalla politica, opachi, gestiti da entrambi i lati in maniera tutt’altro che trasparente e secondo le regole del mercato, ma non c’è ombra di dubbio che Kiev debba pagare comunque i debiti e un prezzo normale.

Lo farà con i soldi di Bruxelles e Washington, perché le casse dello stato a Kiev sono vuote. Ma il governo Yatseniuk non può certo contare sulla generosità a fondo perso dell’Occidente, visto che non sarebbe la prima volta che programmi di aiuti (quello nuovo si aggira sui 18 miliardi di dollari per i prossimi due anni) vengono bloccati.

Già ai tempi arancioni di Victor Yushchenko e Yulia Tymoshenko il Fondo monetario internazionale ha congelato il supporto finanziario, cosa che si è ripetuta con Yanukovich, sempre per il fatto che le vagonate di dollari venivano parcheggiate in posti diversi da quelli predestinati. I problemi di Kiev sono enormi e la loro radice è solo in parte nei difficili rapporti con la Russia: l’Ucraina, per sopravvivere, e se vuole essere una nazione europea, deve ricostruire se stessa, smettendola di puntare come fa ora l’indice solo verso Mosca.