Bald Eagle

10 Dicembre Dic 2013 0024 10 dicembre 2013

Paris Hilton, il fact-checking e la credibilità dell'informazione

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“RIP Nelson Mandela. Your 'I Have A Dream' speech was so inspiring. An amazing man”. Ovvero, “Riposa in pace Nelson Mandela, il tuo 'I have a dream' era così stimolante”. Lo abbiamo letto tutti, nei giorni scorsi. Molti di noi lo hanno pure condiviso sulla propria bacheca Facebook, o cinguettato su Twitter. Il famigerato “tweet” attribuito a Paris Hilton, con una mastodontica gaffe in cui si confondeva Nelson Mandela con Martin Luther King, proprio a poche ore dalla scomparsa dell'ex presidente del Sud Africa, ha fatto il giro del mondo, sui blog, sui social network, persino su autorevoli testate o agenzie di stampa nazionali. Come - in alcuni casi, purtroppo, più - della notizia stessa della morte di Madiba.



C'è solo un piccolo particolare: il tweet, come hanno prontamente riportato organi di informazione americani, è un fake. Un falso, creato ad hoc da un utente specializzato nei “falsi d'autore” (tra le sue vittime, anche Beyoncé e Britney Spears), che è stato ritwittato e condiviso milioni e milioni di volte su Internet. Che ha beffato Paris Hilton – la quale aveva un alibi di ferro, in quanto si trovava in volo in direzione Miami, quindi impossibilitata ad andare in rete – nonché blogger e giornalisti pressoché ovunque.



Come sempre accade, la smentita o la versione corretta del fatto hanno minore eco rispetto alla prima notizia, buona o cattiva che sia. Specialmente quando si tratta di mettere in ridicolo un personaggio che si presta facilmente a controversie e che fa sempre discutere, come appunto la Hilton, o se c'è la ghiotta possibilità di rinfocolare vetusti stereotipi o luoghi comuni sulle bionde. Così, a dispetto della non-sussistenza del fatto, il falso tweet continua a girare, e molti ancora credono alla inesistente figuraccia di Paris Hilton. Così come molti continuano a pensare che nel 1999, all'udire della morte di Re Hussein di Giordania, in diretta tv sulla CNN, una Mariah Carey sotto shock riuscì a confondere il “King of Jordan” con “Michael Jordan”. Così come molti sono convinti che sì, negli anni '80, davvero il reverendo afro-americano Jesse Jackson, candidato alla Casa Bianca, rispose a una domanda su “Beirut”, città del Libano, parlando di “Babe Ruth”, leggenda del baseball. Bufale, difficili da dissipare, ma che forse si potrebbero prevenire, evitare, o quanto meno combattere.


E qui si pone una questione, a prescindere dalla ereditiera protagonista, suo malgrado e a sua insaputa, della non-vicenda. Passi per gli utenti qualunque di Facebook e Twitter, i cui acritici click e retweet sono facili e veloci, in certi casi quasi istintivi e automatici. Passi anche – ma un po' meno – per i blogger, che qualche volta possono prendere abbagli. Ma il fatto che nessuno, proprio nessuno, dei cosiddetti “operatori dell'informazione” (come li chiamano Giorgio Napolitano e Gianni Cuperlo) si sia posto il problema di verificare la notizia, prima di darla in pasto ai lanci di agenzia e ad alcune affidabili e credibili testate, dovrebbe accendere qualche lampadina. Perché il fact-checking e il controllo delle fonti dovrebbero essere un caposaldo del giornalismo, tanto più in un'era, come quella digitale, in cui le sorgenti sono così molteplici, variegate e non sempre certificate. Per la tutela dell'immagine di chi è coinvolto, certo. Per rispetto dei lettori, ovvio. Ma anche e soprattutto per una questione di credibilità dell'intera categoria. In questo caso, come in altri, vittima della beffa, come e forse più della stessa, questa volta incolpevole, Paris Hilton.

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