Bald Eagle

17 Giugno Giu 2014 0109 17 giugno 2014

Vinciamo noi. Gli Stati Uniti ai Mondiali: questa volta, ci credono davvero.

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“Vinciamo noi”. Una frase che non ha portato molta fortuna, a chi l'ha utilizzata nell'ultima campagna elettorale. Ma quelli di Team USA, questo, lo ignorano: a loro interessa solo il Mondiale. E questa volta, ci credono davvero. Quelli della nazionale statunitense di calcio – e con loro, milioni di tifosi – sono realmente convinti che questa sia la volta buona. Ovvero, l'anno in cui l'America metterà le sue mani sulla Coppa del Mondo.

Ci credono davvero, a dispetto del fatto che, da sempre, gli Stati Uniti sono considerati – spesso non a torto – una sorta di cenerentola del football, pardon soccer, se non una squadra di infimo livello, comunque non una potenza, nonostante le dimensioni, lo straordinario potenziale, e l'incredibile bacino di utenza. Ci credono davvero, a dispetto del fatto che si trovino, loro malgrado, in un girone di ferro, affiancati dal Ghana (loro bestia nera, nelle ultime competizioni mondiali), dal Portogallo di Cristiano Ronaldo, e dalla temibile Germania; tre avversarie che, almeno sulla carta, risultano superiori alla compagine nordamericana, e che rendono l'accesso agli ottavi di finale difficile, difficilissimo. Ci credono davvero, a dispetto delle parole dello stesso Commissario Tecnico, una vecchia conoscenza della nostra Serie A, una leggenda del calcio europeo, il tedesco – ormai trapiantato statunitense – Jurgen Klinsmann, che ha candidamente dichiarato, in una intervista con il New York Times, che “Per noi, ora, parlare di vincere una Coppa del Mondo non è semplicemente realistico”. Non esattamente il genere di affermazioni che ti aspetti, dal tuo allenatore alla vigilia dei Mondiali.

Ma questo, ai giocatori e ai tifosi, poco importa. Perché per loro sky's the limit, l'unico limite e il cielo, vanno in Brasile per giocarsela e l'hype, l'attenzione attorno a questi mondiali, è senza precedenti per una nazione che, questo gioco, lo ha sempre relegato in secondo piano, se non addirittura ignorato o peggio dimenticato, privilegiando altre discipline storicamente più seguite dal popolo a stelle e strisce, quali football (american football, s'intende), baseball, basket e hockey su ghiaccio. Questa volta, sono tutti pronti a tifare, e l'approccio più caldo e più sentito nei riguadi del soccer è tangibile. Dalla copertina di Sports Illustrated dedicata alla stella Clint Dempsey (già Fulham e Tottenham nella Premier League, ora diviso tra Seattle Sounders nella Major League Soccer americana e nuovamente il Fulham), definito “Captain America” e coperto da una bandiera USA per l'articolo “Come gli Stati Uniti possono vincere il gruppo della morte”, agli auguri di buona fortuna del Presidente Barack Obama, passando per la presenza del portiere Tim Howard negli spot principali Nike. Senza dimenticare l'euforia su Twitter, Facebook e social media, e l'hashtag “One Nation, One Team” che da settimane accompagna la preparazione della nazionale dai colori rosso, bianco e blu.

E l'attenzione non è solo mediatica. Non si tratta di una semplice (e comprensibile) operazione di marketing volta ad aumentare l'interesse verso uno sport che – praticato da 24 milioni di persone all'interno dei soli confini USA – rappresenta tuttora una enorme prateria inesplorata in territorio nordamericano. La competizione, questa volta, è davvero sentita. Mai prima d'ora si era verificato un fenomeno simile, con oltre 20 mila tifosi pronti a fare la valigia e partire, dagli scali di tutta America, per giungere in Brasile al seguito della USMNT, United States National Men's Team, e sostenere i propri beniamini del pallone. L'aspettativa è altissima, per una squadra che non vede le semifinali del campionato mondiali dal lontano 1930.

Al di là del clima di euforia che caratterizza i componenti della nazionale USA, molti commentatori e buona parte dei tifosi, è probabile che Jurgen Klinsmann – il quale, senza farsi troppi problemi, ha escluso dalla lista dei convocati l'idolo delle folle Landon Donovan, miglior marcatore nella storia del calcio americano – abbia ragione. È alquanto improbabile, infatti, che Team USA riesca a raggiungere la finale dei Mondiali di Brasile 2014 e, successivamente, mettere le proprie mani sulla Coppa del Mondo per alzarla al cielo. Altamente improbabile, certo, ma non impossibile, ovviamente, almeno finché vige la regola evergreen sul fatto incontestabile che “la palla è rotonda”. E poi noi non vogliamo smontare a prescindere il sogno di una nazione, che ha tutto il sacrosanto diritto di riporre fiducia nei propri beniamini. Ciò che importa – e che ad alcuni è probabilmente sfuggito, su entrambe le sponde dell'Atlantico – è che gli Stati Uniti d'America, somehow someway, il loro Mondiale lo hanno già vinto. A prescindere dal risultato, e dalla eventuale qualificazione al turno successivo. Ottenendo la qualificazione, naturalmente, ma anche e soprattutto generando un seguito massiccio tra media, tifosi e, last but not least, opinione pubblica. Guadagnando attenzione da parte delle masse e, di conseguenza, ricevendo il riconoscimento di dignità pari a quella riservata per altri sport. Un segnale importante, impossibile da trascurare. Perchè fino a ieri, potevano permettersi di essere una quasi-cenerentola. Ma se l'America, che è già una potenza mondiale in tutte le altre discipline (e non solo), inizia a giocare bene anche a calcio, allora sì che bisogna iniziare a preoccuparsi.

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