Bald Eagle

15 Novembre Nov 2015 2306 15 novembre 2015

La politica estera torna in primo piano nella corsa alla Casa Bianca. Ma su ISIS, i Democratici deludono

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Che gli affari esteri – e, in particolare, il tema della lotta al terrorismo – entrassero di prepotenza nel dibattito politico americano, nelle ore e nei giorni immediatamente successivi agli attacchi di Parigi, era qualcosa di prevedibile, oltre che di comprensibile. Lo hanno dimostrato le dichiarazioni, a ruota, dei diversi contendenti per la nomination del Partito Repubblicano, dal front-runner Donald Trump che è tornato a ripetere che le cose sarebbero andate diversamente se i parigini fossero stati armati (tesi da lui già proposta nei giorni successivi alla strage di Charlie Hebdo), allo sfidante Ben Carson, che ha affermato di voler estirpare ISIS dalla faccia del pianeta, passando per i più moderati Marco Rubio e Jeb Bush, che hanno proposto di formare coalizioni internazionali (il primo) per combattere “la guerra dei nostri tempi” (il secondo).

Lo ha confermato, anche, il dibattito tra gli aspiranti inquilini della Casa Bianca sul fronte del Partito Democratico, svoltosi sabato sera, nella Drake University di Des Moines, città del fondamentale Stato, dal punto di vista elettorale, dell'Iowa. Sul palco, la candidata inevitabile, l'ex Segretario di Stato, ex Senatrice ed ex First Lady Hillary Clinton, l'outsider socialista, il Senatore del Vermont Bernie Sanders e, come terzo incomodo, l'ex Sindaco di Baltimora ed ex Governatore del Maryland Martin O'Malley, in cerca di un disperato “rebound” nei sondaggi. A dirigere l'orchestra, il bravo presentatore di Face the Nation, e nota firma di Slate.com, John Dickerson.

Doveva essere un confronto basato sui soliti temi finora affrontati nelle precedenti contese televisive: l'economia, il ruolo di Wall Street e delle banche, i posti di lavoro, la riforma dell'immigrazione, magari qualche accenno alla legalizzazione della marijuana, un pensiero sul progetto di oleodotto Keystone XL. Insomma, la solita routine. Tuttavia, a circa ventiquattro ore dai tragici eventi di Parigi, ovviamente, la politica estera, che aveva tenuto banco negli anni dei due mandati targati George W. Bush, è tornata in primissimo piano. Prima con il momento di silenzio in memoria delle vittime. Quindi, con la prima mezzora di #DemDebate.

Ciò che però ha stupito numerosi osservatori è stata la superficialità e l'inadeguatezza di alcune risposte, da parte dei tre candidati, alle domande su ISIS e sulla linea che gli Usa dovrebbero adottare per contrastare il terrorismo internazionale. Se da un lato ciò si può – in parte – aspettare dagli attori non protagonisti Sanders e O'Malley, con il primo che è inciampato già nel suo iniziale intervento, parlando di economia nella sua risposta su Parigi, e con secondo che ha poca confidenza con la politica estera, dall'altro lato è meno comprensibile che Hillary Clinton, per via della sua esperienza e della sua competenza, possa mostrarsi debole su questo aspetto. Forse per non prendere le distanze dalla linea dell'Amministrazione Obama – di cui ha fatto parte, per anni, a capo del Dipartimento di Stato – Hillary ha fornito una risposta che VOX ha definito “la peggiore della serata”, né da falco né da colomba, senza offrire una chiara visione strategica, ma anzi dichiarando che quella contro ISIS “non deve essere una lotta americana”, frase della quale con ogni probabilità qualunque rivale le chiederà conto in campagna elettorale. Altro passo che ha fatto discutere, poco dopo, il rifiuto da parte sua (condiviso da Sanders e O'Malley, peraltro), di utilizzare la definizione “radical Islam”, ovvero “Islam radicale”, nell'identificare i nemici dell'America, come invece fatto dal candidato del GOP Marco Rubio: la Clinton ha preferito affidarsi al termine “jihadisti”: “Si è rifiutata di usare le parole 'Islam radicale' quando le hanno chiesto delle minacce dello Stato Islamico – una decisione che i Repubblicani hanno criticato e che continueranno a rinfacciarle se e quando la Clinton sarà la candidata democratica”, ha notato Chris Cillizza del Washington Post, il quale ha annoverato l'ex First Lady tra gli sconfitti del dibattito.

È chiaro ed evidente che Hillary Clinton, dopo l'esperienza da Senatrice e da Segretario di Stato, sia decisamente la più preparata – su entrambi i fronti – in materia di politica estera e di contrasto al terrorismo. Tuttavia, proprio questo aspetto potrebbe, paradossalmente, limitarla maggiormente rispetto ad altri candidati. Da una parte, infatti, tornerà sempre a riproporsi, in maniera ricorrente, il suo voto a favore dell'intervento militare in Iraq, al Senato nel 2003, cosa che non piace alle ali più a sinistra del Partito Democratico e che la vede associata alla presidenza Bush, come ha ripetutamente twittato il regista Michael Moore nel corso del dibattito. Dall'altra, i Repubblicani hanno e avranno vita facile ad addossare su di lei tutte le responsabilità delle titubanze e dei fallimenti in politica estera della casa Bianca di Obama, dalla Libia alla Siria, passando per l'ascesa di Isis, inizialmente sottovalutata o ignorata. Punti deboli che, tra equilibrismi e strategie elettorali, potrebbero creare qualche grattacapo alla front runner democratica e portare insperati vantaggi ai rivali, e anche ai candidati più improbabili come Sanders o Trump. Senza dubbio meno affidabili di lei in politica estera, ma senza peccati originali da farsi perdonare.