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19 Maggio Mag 2014 1117 19 maggio 2014

Epidurale, quello che le mamme (non sempre) dicono

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Quando tu col pancione, ormai a ridosso del nono mese, parli con una mamma che ha partorito da un po' di tempo inizi a sospettare che ci sia un complotto nei tuoi confronti. Perché tu, solo a pensare all'incognita del momento del parto, inizi a sudare freddo e a farti venire le crisi di panico. Loro, invece, ti dicono di stare tranquilla che poi si 'sopravvive'. E se chiedi del dolore provato loro, molto spesso, ti rispondono con un candido «non mi ricordo» o un più incoraggiante «non pensarci, vedrai che a te andrà tutto benissimo».
Frase che non fa altro che gettarti ulteriormente nel panico. A te andrà benissimo? Cosa significa? Forse perché tu potresti essere l'eccezione felice in un mondo di dolore inenarrabile? Inizi a pensare che non sia poi così probabile e provi a prepararti psicologicamente a quello che non conosci.
LE ESPERIENZE ALTRUI NON FANNO TESTO. Perché ne possiamo parlare per ore, giorni e settimane ma 'quel' dolore non si può descrivere. Neppure lontanamente. E non solo perché è così bestiale da non poterlo capire se non ci sei passata, ma anche perché ognuna di noi è fatta in modo diverso e - come dicono i medici - ogni parto è una storia a sè. Sante parole.
Un motivo in più per non pendere dalle labbra delle amiche-neo-mamme pronte a raccontarti nel dettaglio la loro esperienza. Meglio non ascoltarla.

Non ascoltatele. Non ascoltate nessuno. Un po' di pazienza e lo scoprirete da sole cosa è il 'vostro' dolore e cosa si prova in quel momento. Ah, e non credete a quelle che sorridono guardando il pupo in braccio e dicono che non si ricordano nulla perché è tutto così meraviglioso che poi si scorda da tutto.

IL DOLORE NON SI DIMENTICA. Io che ci sono passata da poco NON ho scordato e, sinceramente, non ho neanche l'intenzione di farlo. Bisogna essere onesti e ammettere che alla poesia della maternità quando si è in preda alle più violente contrazioni non ci si pensa proprio. Si pensa a sopravvivere, a rimanere in piedi a 'tirare fuori' quella creatura senza schiattare. Un po' con la curiosità di vederla, certo, un po' con la voglia di liberarsi di questo dolore invadente e pervasivo.

IL PARTO IDEALE E QUELLO REALE. Raccontare il dolore è da sempre un'impresa ardua e da sempre la natura umana tende a rimuovere inconsciamente ciò che l'ha fatta soffrire, ma ci sono alcuni aspetti della sofferenza che restano indelebilmente attaccati alla nostra mente. E, davvero, finché non si prova sulla propria pelle non si può capire.
Ogni donna però ha il suo approccio personale alla 'faccenda dolore' e a quello che immagina il suo parto ideale: c'è chi lo vuole in acqua, chi spera di fare un cesareo per non dover soffrire durante l'espulsione. Ci sono quelle che si immaginano bucolicamente pronte a seguire i tempi dettati dal proprio corpo contente di accogliere e metabolizzare il dolore e quelle che, invece, vogliono medicalizzare tutto. In reltà fra il dire e il fare c'è, appunto, di mezzo il dolore. Quando arriva molto spesso le convinzioni di prima sembrano scemare. E bisogna evitare di cadere nella tentazione di vivere di ideali.

Il diritto a soffrire meno

Fra questi ce n'è uno, in particolare, che pare vivere nella mente di molti. Soprattutto delle mamme: sto parlando dell'epidurale o come la chiamano gli addetti ai lavori 'analgesia peridurale'. Se ne parla tantissimo, merita spesso una lezione intera del corso pre-parto e viene brandito come 'diritto delle mamme' perché - si dice - in una socità moderna è bestiale privare una donna della possibilità di soffrire meno.
Sull'analgesia da travaglio ci sono diverse scuole di pensiero però. C'è chi la ostacola perché sostiene che medicalizzi un parto naturale che invece dovrebbe appunto seguire i ritmi del corpo della donna.
SE MOLTI OSPEDALI LA NEGANO. C'è chi la ritiene indispensabile per un parto 'sano' e sereno. A questo si aggiunge il fatto che 'si dice' (quanto ci sia di vero è tutto da verificare però) che molti ospedali che - in teoria - dicono di praticarla a richiesta, poi - in pratica - sembrano trovare ogni volta qualche escamotage per evitare di erogare gratuitamente la punturina magica.
In realtà però le cose da dire sono tantissime. Prima fra tutti il fatto che, se a volte l'analgesia viene negata è anche a causa di motivi 'tecnici' che la impediscono: è infatti possibile praticarla solo in determniate condizione e in un certo stadio del travaglio. Inoltre per ottenerla è indispensabile essersi sottoposte prima del ricovere (idealmente qualche settimana prima della data presunta del parto) a una visita con l'anestesista che, oltre a valutare diversi parametri, chiede anche di firmare una liberatoria.
PARLARE PRIMA CON L'ANESTESISTA. Il motivo? Quando si è in preda ai dolori del travaglio è pressocché impossibile essere in grado di intendere e di volere e quindi è meglio tutelare se stesse (e i medici) in anticipo.
Poi c'è da considerare anche il fatto che ottenere un'analgesia modifica innegabilmente il percorso del travaglio. A volte in bene, a volte in male.
Non bisogna scordare infatti che non si tratta di una anestesia totale, ma locale. Questo significa che (in teoria) elimina il dolore ma mantiene la sensibilità percettiva, indispensabile per poter ascoltare il proprio corpo. In realtà però non sempre le cose vanno così. A volte questo intorpidimento contribuisce ad allungare eccessivamente i tempi del parto, proprio perché le famose 'spinte' non vengono avvertite subito dalla mamma visto che il dolore e il premito sono come annacquati.
I RALLENTAMENTI IN FASE ESPULSIVA. Questo può diventare un problema nella fase espulsiva: temporeggiare troppo non sempre è possibile e si rischia che il piccolo vada in sofferenza. A volte quindi (quasi sempre) nella parte finale del travaglio viene infatti interrotto il rilascio del farmaco dell'epidurale a favore di una scarica di ossitocina. Il motivo? Ristimolare le contrazioni finali propedeutiche all'espulsione del feto. Le conseguenze? Un dolore molto molto forte dato dal fatto che in questo caso le contrazioni sono 'artificialmente' indotte e quindi più invasive di quelle 'naturali'.

Il diritto di ripensarci e di dire 'no'

Io dopo una travaglio lungo, naturale e casalingo (con posizioni e respirazione yogica annesse) e dopo aver ripetuto più volte di non volere un parto medicalizzato e di non voler fare a tutti i costi l'epidurale, poi sono arrivata in ospedale implorandola. E, devo dire, l'ho ottenuta senza problemi in pochissimo tempo.
A ripensarci e potendo tornare indietro, però, non so se la rifararei. Magari parlo perché come molte mamme (citate sopra) ho dimenticato i dolori del parto? No, lo dico solo perché bisogna davvero valutare se il gioco vale la candela. Nel mio caso mi ha salvato da dolori infernali, ma lo stesso non mi sento di benedirla. E poi l'immobilizzazione a cui mi sono dovuta sottoporre per effettuare la 'magica' puntura nel momento in cui le contrazioni mi impedivano di tenere fermo anche solo un muscolo è stata un dolore altrettando grande.
UNA PRATICA GARANTITA PER TUTTE. Ora il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ipotizza il futuro di una nuova sanità in cui anche l'epidurale diventi una pratica diffusa e gratutita da garantire a tutte le donne. sempre.
Credo sia un diritto di ognuna e una cosa giusta. Ma deve essere sempre e comunque un diritto di ogni singola donna capire - da sola - di cosa ha bisogno il proprio corpo. E un diritto dei medici valutare il percorso di un travaglio prima di dare l'epidurale.

Soffrire non è un vantaggio né un merito. Per una partoriente come per chiunque altro. Ma non mi piace sentire dire che è da 'selvaggi' non praticare l'epidurale. Ogni parto è una storia a sé. Con o senza anestesia. Se passasse la linea Lorenzin mi chiedo oggi curiosa se davvero tutte le mamme vorranno praticata la puntura 'magica'. O se qualcuno preferirà di sua volontà, rimanere 'selvaggia'.

Per quando mi riguarda aspetto il secondo giro per capire cosa preferisco davvero.

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