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14 Dicembre Dic 2016 0000 14 dicembre 2016

Santa Lucia, l'asinello e la cuccìa

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Ieri è stata Santa Lucia e io ho trasgredito la mia tradizione culinaria mediterranea. Abbiamo però onorato la parte della tradizione che fa felice i bambini. E anche la nostra quasi 3enne ha avuto la sua parte di gioia e di attesa: abbiamo preparato la sera prima un tavolino con una carota per l'asinello e un po' d'acqua per dissettarlo. Per Santa Lucia, invece, abbiamo addirittura "osato" un sorso di Coca cola, dolcetti, due noci e un mandarino. Al mattino i due avevano spazzolato tutto (mettendo tutto in disordine a detta della nanetta) e al loro posto avevano lasciato solo qualche briciola, assieme a tre regali, delle monetine di cioccolato da mangiare quando si è bravi e del carbone dolce se si è stati cattivi.

Lei è stata felice e ormai è diventata "amica" della Santa a cui ha dato appuntamento l'anno prossimo per la terza volta. La tradizione dei doni è tutta nordica è arriva da casa del papà: lui e tutti i suoi fratelli fin da piccoli erano stati abituati ad aspettare la giovane Santa, il suo asinello e tutti i doni portati durante la notte.

Da noi in Sicilia, invece, Santa Lucia non ha mai portato un regalo ai nostri bambini, me compresa. Ma è sempre stato lo stesso un giorno di festa.

A dire il vero la Santa è proprio siciliana, di Siracusa per l'esattezza: è nata alla fine del III secolo in una famiglia nobile e molto ricca. È stata una martire cristiana, morta durante le persecuzioni di Diocleziano a Siracusa. Fu decapitata con un colpo di spada e si narra anche che le furono strappati gli occhi, per questo divenne protettrice della vista.

Il 13 dicembre in Sicilia la tradizione è tutta culianaria (tanto per cambiare): è bandito l'uso di pasta e pane e si consumano pietanze a base di riso e grano sia dolci che salate. Il motivo?

Una leggenda associa proprio a Santa Lucia il miracolo della fine della carestia nel 1646. La Santa implorata (forse dai palermitani) esaudì le preghiere della gente facendo arrivare nel porto un bastimento carico di grano. La gente, da diversi mesi in carestia, decise di non molire il grano per farne farina, ma lo bollì, per sfamarsi in minor tempo, aggiungendo soltanto un filo d’olio e creando così la "cuccìa", il cui nome deriva da “coccio” cioè piccolo chicco.
Oggi la ricetta è stata in gran parte rivisitata e resa molto più golosa: dalle mie parti, per esempio, si mangia la variante "dessert" con vino cotto, ricotta e ciccolato. Mi ricordo ancora la versione di mia nonna con l'odore dolciastro del vino vecchio stracotto. Ma non ci fermiamo al dessert! Per il salato invece ci consoliamo con le arancine. :-)

Fra i propositi per l'anno prossimo c'è quello di far addormentare i miei bimbi (che nel frattempo saranno diventati due e saranno entrambi "milanesi) nell'attesa della Santa e del suo asinello e farli risvegliare con l'odore del grano cotto.

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