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1 Maggio Mag 2017 1622 01 maggio 2017

Primo maggio, su coraggio

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Il 1 maggio. La festa del lavoro e dei lavoratori. A me i giorni di festa nazionale in cui si impone a tutti di celebrare qualcosa a prescindere non sono mai piaciuti. Il 1 maggio, infondo, non fa eccezione. Però la storia di questo giorno è molto più attuale di quello che possa sembrare, anche se nel frattempo il lavoro, i suoi contorni e la storia dei lavoratori sono profondamente cambiati da fine '800 a oggi.


La giornata nazionale del lavoro - istituita a Parigi nel 1889 - richiama lo slogan coniato una trentina d'anni prima: «8 ore di lavoro, 8 di svago, 8 per dormire» condiviso da gran parte del movimento sindacale del primo Novecento e che ha incarnato il desiderio di un giusto equilibrio fra vita e lavoro. Proprio questo equilibrio è uno dei grandi ritorni storici che oggi più che mai si fa sentire.

Non mi interessa generalizzare o fare retorica ma voglio parlare del 1 maggio per me. Donna. Madre bis. Non casalinga.

Questo primo maggio ho anche lavorato sì. Da casa, ma lavorato (perché anche il lavoro da un soggiorno ha la sua dignità, a volte estrema). E la cosa più "sorprendente" non è il fatto che io abbia lavorato, ma soprattutto il fatto che mio figlio - il secondo - abbia un mese appena di vita. Questa volta è diverso: con la figlia 1 ho staccato davvero quei mesi (tutta presa dalla novità e dalla rivoluzione di vita e "supportata" da un lavoro dipendente con tutele).

Poi quel lavoro è finito assieme al congedo facoltativo al 30%. Non voglio polemizzare su questo perché sono convinta, a differenza di molti, che la fine del lavoro dipendente e l'inizio della mia attività da libera professionista sia stata una rinascita e un dono prezioso per me e per la mia famiglia in questi tre anni e mezzo. Insomma come si dice ho fatto "di necessità virtù" e ho raccolto frutti importanti che a fatica mi farebbero tornare indietro.

Però a volte mi chiedo se sia "normale" non staccare mai. A me questa volta non pesa (quasi) per niente: in un regime di no stop generale con una 3enne e un neonato in casa tutto corre veloce e l'idea del riposo è accantonata a priori. Le energie non mi mancano e qualcuno mi da della sovrumana. Ho lavorato fino alla settimana prima di partorire e ho ripreso la settimana dopo con estrema serenità. Non so però se sia "giusto", non solo il mio non aver del tutto staccato ma anche il ricevere le richieste di chi mi vuole in pista nonostante ci sia di mezzo un neonato.

Quando si parla dei soliti argomenti e degli slogan trita e ritrita sul 1 maggio, il lavoro, le donne, le tutele e le rinunce che porta con sé la maternità, io inevitabilmente mi innervosisco. In parte i discorsi che si fanno sono veri ma quante ipocrisie! Lavorare con i figli si può, far credere a tutti che sia facile e "normale" condurre due vite parallele full-time (la svezza-bambini e la lavoratrice perfetta) non è giusto. La maternità cambia inevitabilmente la vita e l'ordine delle priorità: inutile pensare che tutto possa essere come prima. Bisogna accettare il cambiamento e modellarsi di conseguenza.

Questo può significare fare più sacrifici (inevitabilmente), cambiare la propria condizione di lavoro o la modalità con cui svolgerlo e - molto spesso - non guadagnarci economicamente. Dopotutto alla base c'è un compromesso: togliere del tempo al lavoro per donarlo ai figli o togliere del tempo ai figli per donarlo al lavoro.

Come sempre credo che la virtù stia nel mezzo e - se di diritti si parla - ogni famiglia, ogni mamma, ogni donna ha il diritto di trovare il suo equilibrio. Senza chiedere niente a nessuno. Anche se, certo, un aiuto da questo Paese ogni tanto sarebbe ben accetto. Per ricordarsi e ricordare che essere genitori è anche un "dovere sociale", non solo un "capriccio" personale come molti (datori di lavoro in primis) oggi credono.

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