Bollito duro

9 Dicembre Dic 2016 2301 09 dicembre 2016

Se il Consiglio di Istituto di una scuola pubblica è "KASTA", siamo messi male.

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In questi giorni è tutto un florilegio di analisi politiologiche, di flussi elettorali, di poveri che votano in un modo e ricchi in un altro, di un continuo - roboante - richiamo al "popolo" come suprema fonte di saggezza (e pensare che una volta gli si dava del bue, al popolo) e intelligenza collettiva. Un'orgia in cui tutti si ergono a unici e indiscussi esegeti del nuovo pensiero dominante, pensiero che vede in Trump il nuovo Messia.

In questa cornice la vita va avanti. E se si facevano delle cose prima, le si continua a fare. Accade però che se non solo si parla del popolo, ma nel popolo ci si sta - perchè in fondo popolo si è - le cose che si vedono e si toccano da vicino fanno riflettere ben più che un post fichetto su qualche sito.

Il fatto: nella mia vita reale, tra le altre cose, mi è capitato di trovarmi a fare il presidente del Consiglio di Istituto della scuola (pubblica) di mia figlia, un plesso che comprende tutti i cicli scolastici dall'infanzia alla secondaria. Era un'esperienza che mi mancava e di cui, sinceramente, avrei fatto a meno. Ma il masochismo civico bussa spesso alle porte della mia coscienza ed eccomi in questa esperienza.

Devo dire che quando si sta dentro ai processi, le cose si capiscono meglio. Si capisce meglio, per esempio, che anche la scuola è ormai ammalata di una gravissima patologia burocratica, in cui il principio educativo e formativo è secondario rispetto alla necessità di normalizzazione burocratica di ogni passaggio. Si capisce del livello di guardia in cui opera il personale docente e non. Si capisce, in fondo, che la "buonascuola" è una cagata pazzesca.

Ma ciò che si capisce, stando a contatto con il popolo, è la situazione psicosociale in cui versa il nostro Paese: se fossi un antropologo cercherei un finanziamento per studiare l'etologia dell'umanità occidentale del ventesimo secolo all'uscita dalle scuole; lo spaccato che ne emergerebbe - dai nonni ai bambini, passando per i genitori - darebbe molte chiavi interpretative di ciò che siamo diventati.

In questo senso mi ha particolarmente colpito un episodio accadutomi di recente, quando abbiamo tenuto - noi genitori eletti in consiglio di istituto - un incontro con tutti i genitori eletti rappresentanti nelle singole classi. Orbene, dopo un'ora di incontro in cui abbiamo spiegato alcune questioni, rendendo conto dell'utilizzo di alcune risorse raccolte, una giovane mamma che sino a quel momento aveva avuto tutte le risposte alle sue domande, con un tono aggressivo incomincia a chiedere "più trasparenza", invocando una comunicazione continua di quello che si discute "nel segreto del consiglio, per farci capire cosa facciamo e i retroscena", perchè è bene che tutti sappiano. Dopo averle risposto che ciò che si discute è spesso prodromico a una elefantiaca orchite e averla rassicurata che avremmo inviato a tutti i noiosi verbali, ho chiuso l'incontro invitando la battagliera madre a candidarsi la prossima volta per il consiglio, cosicchè le avrei ceduto volentieri il mio posto, essendo quello un impegno gravoso fatto solo - per l'appunto - per un masochistico senso civico.

Al termine di tutto ho però riflettuto sul segnale che mi è arrivato da quella madre: oggi chiunque rivesta una qualisiasi ruolo istituzionale - sia un amministratore di condominio, un presidente della Repubblica o un presidente di consiglio d'istituto - va visto con diffidenza, quasi con sfiducia. Perchè è Kasta. Perchè di riffa o di raffa lui ci guadagna e io (che sono popolo) lo piglio inconfutabilmente nel culo.

Insomma, siamo dentro a una situazione di sfiducia totale, in cui chi - più spesso per scelta che per altre ragioni - è fuori dai processi, si sente legittimato a delegittimare qualsiasi soggetto (o oggetto) che abbia una minima parvenza di istituzionalità. Non va bene. Non va affatto bene. Perchè è una china che, se non corretta per tempo (e mi sa che di tempo non ce n'è più), ci porta in un bel baratro. Ecco, oltre al lavoro, alla redistribuzione del benessere, alla scuola pubblica, al governo dei flussi migratori, si aggiunge un'altra - assoluta - priorità: ristabilire un livello decente di fiducia civile tra i cittadini, per ridare davvero una coscienza civica al "popolo" e tornare, indipendentemente da come la si pensi, a rispettarsi non come cittadini ma come con-cittadini.

Burp

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