Brodo di coltura

10 Marzo Mar 2013 0900 10 marzo 2013

Perché il principio “uno vale uno” in politica è una balla spaziale

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Una volta uscito dalla sua fase magmatica di “stato nascente” qualsiasi movimento diventa istituzione cioè movimento organizzato. E in qualsiasi organizzazione c’è chi organizza e chi è organizzato. Si forma cioè una gerarchia di fatto che può nascere anche dalla semplice distribuzione dei ruoli, dove fatalmente un ruolo, anche se a rotazione, anche se temporaneo, diventa gerarchicamente sovrapposto a un altro, “pesa” di più.

In natura  non esistono, neanche nei formicai o nei favi,   organizzazioni perfettamente orizzontali senza leader, senza capi. Se c’è un’organizzazione c’è un capo. È un fatto elementare comprensibile in maniera intuitiva, senza concettualizzazioni ulteriori. Sarebbe come immaginare un romanzo senza personaggi protagonisti ( o deuteragonisti, o comprimari o comparse) o immaginare ontologicamente il salto con l’asta senza asta: è infatti già insita nel nome la cosa.

Da questi principi basilari di sociologia dei movimenti collettivi (Francesco Alberoni ha molti torti, ma è ingiusto non riconoscergli i meriti di autentico studioso) non si scappa. Pertanto se c’è qualcuno del movimento che esce con un comunicato dicendo chiamateci movimento e dice noi non siamo un “partito” né abbiamo “leader” ma siamo ancora un “movimento” e abbiamo solo dei “portavoce” significa che già nei fatti c’è un capo e un’organizzazione, che tende semplicemente a cancellare le tracce semantiche di un’organizzazione gerarchica in perfetto funzionamento.

Chiunque abbia aperto un trattato di sociologia dei partiti (chiamateli come diavolo volete “casa”, “popolo” della libertà, "Movimento" Cinque Stelle, Radicali italiani, Italia dei Valori, Unione di centro ecc, cioè eliminate scrupolosamente il “nome” di partito non avrete però eliminato la “cosa” cioè il partito, ossia una “parte” più o meno organizzata) ebbene si imbatterà nella “ferrea legge dell’oligarchia” elaborata da Roberto Michels (nella foto) già nel 1911, dove "uno vale uno", l’aspirazione roussoiana della democrazia diretta, è soppiantata dalla formazione “spontanea” delle élite e dove sarà fatale che ci sia sempre “uno” che sarà più uguale degli altri. Michels dirà pure in seguito che “la malattia oligarchica è incurabile” e che a lungo andare l’organo si mangerà l’organizzazione, che cioè fatalmente le élite delle organizzazioni tenderanno a perpetuarsi e a divorare il partito, e noi aggiungiamo anche la società, degenereranno ossia in “partitocrazia”. Ma non occorre in questa fase andare più oltre a prefigurarsi quelle alterazioni insite in ogni organizzazione a carattere strumentale.

Negli ultimi 20 anni in Italia la forma-partito è stata data per morta, almeno in termini nominalistici, cioè ipocritamente, perché non si sa come altrimenti qualificare un comportamento politico "furbo" che rifiuta il nome ma prende la cosa. Persino i radicali hanno eliminato il nome "Partito", e infatti sono tutti dei partiti (di fatto, anche se non di nome) narcisisti più che leaderistici: Pannelliani, Berlusconiani, Vendoliani, Bossiani, Dipietristi, Mastelliani, Casiniani e ora... Grillini. In questi partiti, ché tali sono!!!, a differenza del Pd - che è l’unico temerariamente a non rifiutare il termine screditassimo di “partito”e che possiamo definire un partito a "leadership diffusa"-, c'è un vantaggio: si sa  certamente chi comanda... i guai iniziano quando chi comanda non comanda più per diverse ragioni. Cosa succede in questo caso? La liquefazione del partito. Già, perché quanto stiamo sperimentando oggi è che alla forma-partito si è opposta la forma-corte (cerchi magici, Arcore, lo Staff di Casaleggio-Grillo) con nani, ballerine o yesmen che quando il monarca-fondatore è in difficoltà non sanno che pesci pigliare, letteralmente, perché il partito è il Capo e nient'altro, si identifica con lui e trova il perimetro nel suo corpo. ( Attendiamo in questo senso di sapere  come  la vicenda politica di Berlusconi si concluderà).

E allora non è meglio, nel senso di  "più funzionale", per il processo di formazione del consenso,  dentro l'organizzazione partitica e nella società,  una forma-partito esplicita con un leader che è la mediana delle  forze interne al partito  ma che assicura quel "buon senso" che, come diceva Alessandro Manzoni, spesso se ne sta nascosto   per paura di  quel "senso comune", che è sempre ciò che piace o spiace (nella Corte) al Monarca di turno ?

Un’ultima annotazione. Cosa si fa in genere quando si passa da “movimento” a “istituzione? Ci si dà delle regole, chiamatele anche “non statuto”, sempre delle regole saranno. E la prima cosa che si leggerà in filigrana in queste regole (date da qualcUno, da un "Mosè" che vi dirà che gliele ha date Dio in persona, e voi ci crederete) sarà che il principio “uno vale uno” è una balla logica, ontologica, fenomenica e noumenica. Una favola per gonzi insomma.

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