Brodo di coltura

12 Marzo Mar 2013 2143 12 marzo 2013

Gli italiani e il parlamento detto anche “pappamento”

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Adesso che gli italiani hanno consegnato agli odiati politici un rebus o un cubo di Rubik – un parlamento con tre minoranze! – dicendo loro, divertiti e sadici: “Vediamo cosa sapete fare!?”, sarà bene rifare una ricognizione del rapporto schizofrenico dei  connazionali  con il parlamento e i parlamentari, quelle persone verso cui i Peninsulari sono pronti a mordere la mano dopo avergliela  baciata o contro cui inveire, dopo aver chiesto raccomandazioni, favori, leggine ad hoc.

"I Mostri"- Episodio "L'educazione sentimentale"

L’episodio “L’educazione sentimentale” del film “I mostri” di Dino Risi (1963) è un  eccezionale documento visivo attestante  già nei primi  anni Sessanta il disprezzo del cittadino comune  verso il Parlamento (apostrofato dallo straordinario Tognazzi come  il “Pappamento”) pur  in assenza di scandali o di inchieste clamorose sui  finanziamenti ai partiti come ai giorni nostri. Segno che questo fossato tra Paese legale e Paese reale è molto antico e radicato  e  non necessariamente legato alla clamorosa corruzione di oggi, ma forse raccordabile al fondo anarcoindividualista, precivile, prepolitico  più che antipolitico  dei Peninsulari .

L'istituzione  parlamentare invero  non ha mai suscitato grandi entusiasmi nel nostro Paese. Cosa mai si può concludere in un luogo dove  si parla? In un Paese  individualista, vitalista, anarchico, in cui  si dice che “le parole sono femmine  e i fatti  sono  maschi”, e  i numeri delle partite IVA deliziano molto più delle parole scritte  e incartate in quegli involucri sconosciuti ai più che sono i libri, il Parlamento inevitabilmente è stato visto come  il luogo in cui  si disputano insensate logomachie, dove si celebrano incomprensibili rituali e s'attorcigliano bizantinismi procedurali. Che la democrazia  rappresentativa sia questo: una formalizzazione, una ritualizzazione  e una miniaturizzazione del grande gioco sociale, agli italiani è sembrato per lungo tempo una bizzarria anglosassone, come il pudding o il cricket. Che si potessero rappresentare le lotte sociali e la stessa vita nazionale in un luogo ristretto, in una cavea da teatro greco, con attori deputati disposti a Centro, a Destra e a Sinistra, è sembrato  ai nostri connazionali una stranezza di quei francesi della Convenzione  ancora irretiti dalla teatralità maestosa   del Grand  Siècle.

Del resto in Italia  il costituzionalismo venne  benevolmente  octroyé, concesso dai, più che strappato ai,  re, e il parlamentarismo si instaurò  come  una tacita prassi, tant'è  che di fronte  alle prime crisi (atmosfera morale e politica dalla quale non sembra siamo mai usciti) si urlò presto Torniamo allo Statuto!,  quella carta costituzionale  che  non prevedeva un controllo  delle  Camere  sugli atti  del Governo.  L'Istituzione subì  in seguito l'assalto mortale  di chi già voleva trasformarla in un bivacco di manipoli e, in seguito, la carica dileggiatrice e devastante del qualunquismo e delle maggioranze silenziose, eventi   che mostravano in chiaro agli italiani  certi  loro oscuri e tenaci  pensieri sulla politica e i politici.

Istituzione  complessa  e delicata, che si attaglia forse a popolazioni evolute, induceva Stendhal - quando gli italiani erano ancora politicamente immaturi e  appena  al risveglio dal letargo dei secoli bui dal quale venivano scossi dalle baionette  napoleoniche -  a interrogarsi ripetutamente in Roma, Napoli, Firenze, se essi fossero davvero pronti per le Deux Chambres, questa finezza politica. E quando finalmente quei noiosi dei piemontesi estesero all'intero Paese questa loro noiosissima Istituzione, ci fu a partire  dal secondo Ottocento tutto un levarsi di lamenti e di rivolte ideali e di romanzi -  caso raro al mondo il genere del romanzo parlamentare - contro la mal compresa  e  odiata Istituzione.

Qualche  decennio   dopo  che il messo sabaudo  Chevalley  venisse  rimandato indietro nella fredda Torino  dal diniego gattopardesco di partecipare al Parlamento subalpino, Pirandello faceva mormorare al giovane Lando ne I vecchi e i giovani: « Lui, a Montecitorio, in quel momento? Meglio affogarsi in una fogna!»  e De Roberto, certo uno scrittore intelligente e incompreso, vi ambientò tutto un romanzo a Montecitorio,  L'Imperio, dove non mancò di indugiare sarcasticamente  sulle liturgie delle interrogazioni parlamentari «sull'ubicazione d'una fermata di una ferrovia di Sardegna», «sopra uno sciopero di sigaraie di una manifattura di tabacchi del Veneto», «sui danni prodotti da un'alluvione in Calabria», o «sull'applicazione di un comma d'un articolo d'un regolamento».

Di fronte al permanente sospetto della popolazione verso i politici, intesi tout court come parlamentari, dunque politicanti  parolai (nomen omen!), la classe politica in evidente difficoltà e in cerca di facili consensi, cominciò, a partire dagli  anni '70 del secolo scorso, a candidare al Parlamento le più svariate categorie di cittadini di successo, cantanti, attori, calciatori, presentatori televisivi,  attricette porno, avvocati di grido e in ultimo industriali e scrittori, i quali salvo qualche eccezione si unirono al coro dei lamenti, non appena scoprirono che in quel luogo si dettavano norme sui lavoratori transfrontalieri  o  i molluschi lamelliformi!

Ancora oggi non fa parte del comune sentire che la politica  è  un ramo specialistico delle professioni intellettuali, un'attività dannatamente tecnica, e che forse bisogna farla fare ai politici di professione  o a chi la elegge come professione, e che si deve pertanto assegnare anche agli odiati politici il riconoscimento sociale  e l’adeguata remunerazione  che si concede   agli avvocati penalisti, agli psicoanalisti, agli attori, ai cantautori, ai parolieri, a tutti coloro che vivono di parole senza vergognarsi.

Singolare  è poi  l’idea di ridurre  i politici  a  pane e acqua  o di sottoporli a una rotazione  continua e forsennata  (due o tre mandati), negando un sensato accumulo di esperienza e un adeguato ritorno alla vita civile, non certo agevole per chi ha dedicato lustri centrali della vita giovanile o adulta alla politica, mentre i coetanei si avviavano a profittevoli  professioni. Tanto più che tutti quei movimenti  ferocemente antipolitici, i leghisti prima,  i grillini dopo  o gli stessi radicali, quelli  che urlavano contro  il regime con molte legislature alle spalle,  si trovano  prima o poi davanti all’impasse di dover accettare l’odiato principio  che l’attività politica possa  diventare  un degno mestiere (che io non farei mai, perché  ne pavento il  disumano impegno  e  il sequestro dagli usuali affetti e dalla vita pigra del lettore di libri).

E non mette conto, infine,  rammemorare la vecchia distinzione weberiana: vivere   di  politica e vivere per la politica, la prima  una scelta ignobile, la seconda un atto signorile. Andiamo:  un prete non vive forse  di  fede oltre che per la fede?  E nella concezione  della politica esercitata  als Beruf  (come professione) secondo l’impostazione di  Max Weber non  è  utile rammentare che  Beruf  in tedesco oltre che vocazione significa anche professione, che il termine implica  pertanto  due  “possibili”  narrativi, due paradigmi  di vita  racchiudibili  in un’unica esistenza: una vocazione  che è una professione  e viceversa ?

Certo,  la politica  non è questo  idillio che forse qualcuno potrà  desumere per  antifrasi  ironica  da queste note. Facile è enumerare tutti i vizi della nostra classe politica, quelli storici e quelli recenti:  il trasformismo ondivago, il lobbismo opaco, la corruzione sistematica, il clientelismo, la dilapidazione a fini personali del finanziamento  pubblico dei partiti. Ma a tutti i connazionali che puntano schifati  il dito contro  di essa  nel sogno inconfessato di una politica senza  politici, occorre quanto meno ricordare la vecchia obiezione  di Gaetano Salvemini, che cioè «la classe politica è per il dieci per cento peggiore del Paese, per il dieci per cento migliore, per il resto è il Paese».

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