Brodo di coltura

26 Marzo Mar 2013 0925 26 marzo 2013

Il Procuratore generale

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Ci siamo incontrati a Roma diverse volte nella mensa aziendale, nel 1984 credo. Io provenivo dalla Scuola Superiore di Bologna e lui da quella di Roma o di Caserta. Era alto, con tutti quei capelli in testa (quelli con l’attaccatura bassa “ a farfalla” sulla fronte che se non li sai portare come lui ti fanno diventare un dandy fatuo), sobrio nei gesti e assolutamente parco di parole. Un bel ragazzone, col sembiante di un giovane nobile palermitano uscito splendente  dal fondo buio di uno di quei vecchi quadri ad olio del ‘600 barocco. Gli si accendevano gli occhi quando si cominciava a parlare di libri. Io da catanese “uccazzaru” (parolaio) ne tiravo una delle mie, con la iattanza ma anche l’arguzia (credo ) del futuro postatore perdigiorno di facebook , e subito gli si accendevano gli occhi: usciva dal riserbo, si spendeva  senza mai eccedere nella conversazione, lasciando un margine di accenno solo con  gli occhi quando il tema culturale si presentava di difficile scioglimento. Perché lo sapeva che ci sono più cose in cielo e in terra che nella nostra filosofia.

Attribuivo questo riserbo, questo rifiuto della recitazione che noi etnei abbiamo appreso naturalmente alla scuola teatrale di  Angelo Musco, di Giovanni Grasso,  alla sua natura di palermitano, sapendo benissimo che quella gente – quando è retta ed è fuoriuscita, per ostinata determinazione o per lignaggio intellettuale da quell’oscuro verminaio che è la borghesia isolana -  quando rompe il silenzio lo fa per dar luogo alle azioni e non per far prendere aria al cervello; lo stuzzicavo perciò, tiravo fuori la battuta di Brancati che diceva che nella Sicilia orientale erano entrati i Greci, la commedia e il riso, e nella Sicilia occidentale, i fenici, la tragedia e l’Io e il non-Io. Allora lo vedevo sorridere e assentire vistosamente con gli occhi.

Adesso lui fa il procuratore generale   a Palermo e ha l’inchiesta che è su tutti i giornali. In cuor mio gli dico: “Dai, forza, facci sognare”, sapendo di incontrare il suo sguardo severo di chi sa che non si può e non si deve innescare il tifo in questioni  di giustizia.

Ma lui è un palermitano severo, io un catanese ilare e irresponsabile. Me lo posso permettere.

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