Brodo di coltura

11 Aprile Apr 2013 1328 11 aprile 2013

Romano Luperini, L’uso della vita. 1968, Transeuropa , Massa 2013. Lettura

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Come leggere un romanzo come questo che reca nel titolo un’allusione a una probabile storia privata e una data storica controversa? A mio avviso si fa un errore se lo si legge a partire dalle proprie convinzioni su quella data-evento  che raduna  ancora consensi estatici o rifiuti viscerali. Eppure il romanzo è tutto ambientato nella Pisa della contestazione studentesca di quell’anno:  è chiaramente un romanzo sul ’68. L’ennesimo non si potrebbe dire, perché proprio sul versante narrativo quell’anno è stato piuttosto trascurato, mentre su quello saggistico a ogni decennio che finisce con l’otto si contano decine di volumi di approfondimento e di analisi storiche.

A Luperini non credo interessi narrare il ’68, ma la sua vicenda  personale, privata, trasfigurata nel personaggio schermo di Marcello,  nel ’68. Non interessa cioè spiegare, ma rappresentare. Il libro è  il resoconto dell'impatto di un Io col mondo e delle risonanze di un'epoca in un Io. E qui è di scena una coscienza che agisce dentro un evento storico, un po’ come il Frédéric Moreau dell’Educazione sentimentale nel ’48 parigino: si tratta di una storia tipica di formazione di una individualità dentro il flusso degli eventi, di una educazione sentimentale dentro uno scenario storico: la storia con la minuscola di questo individuo precipuo - Marcello nella finzione - nella Storia con la maiuscola. Se è questa la giusta angolatura di lettura, l'anno messo nel titolo diventa meno temibile: in fin dei conti si tratta di dare conto, con il sussidio della letteratura (trattamento stilistico e metaforico di vicende  al modo dei  romanzi storici: un misto di “storia e di invenzione”), della rifrazione degli eventi storici nella coscienza di un giovane in formazione. Ma anche il suo contrario:  la proiezione di una coscienza nell’evento storico, il quale  nasce e si sviluppa e trova la sua modalità espressiva proprio  a partire dalle coscienze desideranti dei coesistenti che piegano il proprio tempo alle proprie volizioni, e lo determinano. In questo senso il ’68 di Marcello potrà valere il ’74 o il ’99 di qualcun altro, sul piano strettamente privato, ma non su quello pubblico e storico, perché qui la condizione discriminante è che in altri anni  si sia dato  luogo a movimenti collettivi di tale sorta.

Un anno in cui la politica e il sentimento premevano con la stessa cogenza, l’universale del mondo e il particolare del privato si mischiavano in un’unica bolla esistenziale, dove si poteva discutere in maniera distillata e un po’ bizantina - ma ineludibile per chi credeva di fare la rivoluzione -  sul ruolo delle avanguardie e delle masse e fare all’amore nei sacchi a pelo (come avviene nel romanzo) nell'università occupata.

Leggiamo nel libro di Luperini:

C’era una corrente nel mondo e lui ne faceva parte. Tutto il mondo era coinvolto e si muoveva, l’offensiva dei vietcong in Vietnam, la Cuba di Castro e di Che Guevara, la Cina di Mao, gli studenti e i neri americani, la manifestazione pacifista di Washington, la primavera di Praga, i Beatles e i Rolling Stones, la scuola di Barbiana e i cattolici del dissenso, lo sciopero attivo di Trento, e poi la battaglia di Valle Giulia, la reazione all’assalto dei fascisti all’università di Roma…Tutto si trasformava, in pochi giorni, la gente cambiava, cambiava con una velocità sorprendente, pronunciava nomi nuovi fino a poco tempo prima sconosciuti, Camillo Torres, Malcom X, Lin Piao, Rudi Dutschke … e attraverso quei nomi passava tutta una nuova visione della vita. Ecco pensava Marcello, ho sempre cercato l’intensità, e l’intensità ora è qui, a portata di mano.

E Marcello ristretto in prigione:
 Pensava che forse questo era lo scotto che la sua generazione doveva pagare: per raggiungere l’intensità,  per lacerare le convenzioni e tentare una vita più vera, bisognava vivere sempre sull’orlo, come trasportati da una scarica di adrenalina all’altra, e dalla gioia di poteva precipitare di colpo nell’abisso più cupo. Gli estremi si toccano, la felicità era a portata di mano, come la sconfitta e la catastrofe.

Se,  come scriverà Sofri (nel romanzo  che abbiamo tra le mani Adriano è uno dei protagonisti chiamato spesso con  nome e cognome come D’Alema, Della Mea, Fortini, da una frase del quale  è preso il titolo) in un saggio su “Micromega” di qualche decennio dopo   “quella degli anni Sessanta è soprattutto una storia di generazione e di amicizia”,  queste parole  potrebbero fungere da  sottotitolo  del romanzo, aggiungendo anche il termine di amore, riferito alle due ragazze amate nel libro,  Ilaria e Sandra, e ai genitori del protagonista rievocati con toni asciutti ma fortemente commoventi.

Qualche decennio fa era in voga il termine tedesco di  Erlebnis a indicare  «esperienza vissuta»,  l’aspetto personale, unitario, attivo   in cui il “momento di vita” è percepito con intensità e forte partecipazione emotiva nel suo stesso compiersi dal soggetto.  Qui l’Erlebnis di Marcello è dato con forte intensità sia nel piano intellettuale (il dissidio col padre comunista, l’espulsione dal PCI, l’adesione alla visione movimentista e “immediatista”  di Adriano Sofri), sia sul piano privato, sentimentale e finanche sessuale. A tal proposito, alcune défaillances  sessuali del protagonista  (a comprova che ogni educazione sentimentale è soprattutto, alcuni dicono esclusivamente, un’educazione sessuale)  e un disastro procurato da un amplesso non protetto non sono episodi secondari della narrazione, anzi quest’ultimo  fatto del tutto intimo, impedirà a Marcello di partecipare alla scena culminante della contestazione pisana – ossia quella della contestazione davanti alla Bussola di Viareggio nella notte di Capodanno del 1968: ed  è come se a Fabrizio del Dongo fosse  occorso di mancare alla propria Waterloo.

Luperini, che è il più grande studioso di Verga in Italia, ha imparato dal proprio autore, credo,  l’arte della condensazione. Asciutto, ma preciso ed essenziale è il tono del referto, di questo documento umano consegnato al lettore, e forte è la capacità dell’autore  di impaesare” ed emozionare chi legge nel corto raggio della propria esperienza vissuta. La scommessa, qui vinta, di ogni libro in cui l’autore  tange la propria biografia è di saper fare una selezione dei fatti della propria occasione terrena, metterli  narrativamente in tensione e assegnare a  essi la propria “versione” dell’esistenza,  suggerendo infine  che questa e non altra poteva  e doveva essere anche la nostra di lettori se ci fossimo trovati lì e allora.

Un libro bello e necessario, di intensa resa artistica. Procuratevelo su Internet, come ho fatto io, perché sicuramente merita la vostra attenzione di lettori attenti alla  scrittura di qualità.

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