Brodo di coltura

12 Aprile Apr 2013 2118 12 aprile 2013

Sopralluogo a Vizzini - Sulle tracce di Verga

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Vizzini (CT) - La Cunziria



Almeno in tre novelle di Verga sono  menzionati il costone di montagna e  il sottostante vallone della Canziria di Vizzini. Tra i suoi fichidindia si svolge il duello di Cavalleria rusticana, e il luogo  è evocato  anche in Jeli il pastore e in Mazzarò.  Nel Mastro don Gesualdo è citato diciassette volte.

I luoghi delle narrazioni letterarie non sono marginali  ai fini della costruzione di un forte e coeso universo narrativo, anzi, quando l’opera è memorabile, acquistano  nel ricordo del lettore autonome sfumature mitopoietiche, anche  a dispetto della loro reale consistenza. Qualcuno ha ricordato che lo Scamandro, sulle cui rive si combatté la battaglia più epica della letteratura occidentale, non è che un ruscelletto senza significato a vederlo con le sue trosce d’acqua mezzo rinsecchite. Per non dire  del Giordano, di Gerico o di altri luoghi del  più potente immaginario narrativo di ogni tempo, quello biblico.

Ma anche in opere meno capitali della letteratura  i toponimi acquistano, nell’economia della narrazione, un’impronta fortemente  suggestiva  e spontaneamente  poetica, e destano,  alla semplice loro enunciazione, una particolare risonanza interiore. Tutto ciò  lo sa bene il lettore de La luna e i falò di  Pavese, un  autore che a partire da un’epica minimale e personale,  ricca di  incanti  primitivi o primitiveggianti che fanno perno sulla  terra natale,  sa azionare una speciale leva emotiva con la sola enunciazione dei luoghi:  Canelli (da dove comincia il mondo), Calamandrana, Calosso...

Dei due elementi costituenti  il  principium individuationis – i due assi cartesiani senza i quali è impossibile collocare ogni vita individuale come ogni narrazione, ossia lo spazio e il tempo, l’hic et nunc, il qui e ora  – il dato spaziale, forse più di quello temporale, è consustanziale alla potenza espressiva di un’opera. Pensate a Balzac senza Parigi! A volte si direbbe  che il luogo è l’opera,  quest’ultima sembrando rispetto ai luoghi  quasi un pretesto. Tanto più che, come ricordava Pessoa, l’io non è che un avverbio di… luogo. E si pensi adesso a Pessoa  senza Lisbona, o viceversa.

Il desiderio di vedere i luoghi dove sono ambientate le narrazioni, o anche dove ha vissuto l’autore, è uno dei  miei  innocenti passatempi estivi. Ebbene sì, sono un turista letterario. Dei più biechi, ingenuo e sentimentale ad un tempo, nonostante le dosi massicce di cocaina letteraria che ho introiettato fin dalla più tenera età. Pochi luoghi mi hanno emozionato comeCroisset, dove Flaubert scrisse il suo vero capolavoro, l’epistolario; Recanati e la piazzetta delSabato del villaggio; Castelvecchio Pascoli; il cimitero del Père Lachaise dove Rastignac lancia la sua sfida a Parigi: «Et maintenant, à nos deux»;  la Lubecca di Thomas Mann dove inutilmente ho cercato le tracce di Tony dei Buddenbrook…  Ma se molti sono i luoghi finalmente raggiunti altri restano ancora puro toponimo, solo evocativo incatenamento di sillabe sulla pagina scritta. Un luogo letterario che ardo dal desiderio di vedere è senz’altro Jasnaja Poljana dove visse Tolstoj. Quando lessi Anna Karenina e l’episodio indimenticabile di Kostantin Dmitric Levin (alter ego di Tolstoj) che falcia insieme ai contadini, ho proiettato nella camera oscura della mia mente  tutto  un mio paesaggio mitico di questo luogo che è Jasnaja Poljana che non so quanto possa corrispondere alla realtà: una pianura immensa ondeggiante di spighe, il grano dorato più alto dei contadini curvi a falciare,  delle voci e dei fruscii  che si accavallano: scena che non so se avrò mai la fortuna di verificare  alla vista dei luoghi, alla luce della loro vera  realtà fenomenica.

E così mi muovo per vedere la Canziria, che si pronuncia come follia.

In verità, nella mia follia di turista dello spirito,  spero di vedere esattamente il luogo in cui il guardiano di cavalli Jeli dà quella risposta  atroce alla domanda  toscaneggiante di Mara:

 « O tu, cosa farai qui tutto solo? - gli domandò allora la ragazza. - Io resto coi puledri».

Una risposta che da sola sbugiarda  l’idillio di Teocrito e la millenaria visione pastorale e bucolica che dal poeta greco e da Virgilio in avanti  arriverà fino all’accademia dell’Arcadia. Una visione estatica ed estetica dell’altro, che in seguito si riverserà, in epoca romantica e rivoluzionaria, in quei  populismi   di perfetti e inquieti  esteti in cerca di supplementi d’anima momentaneamente  individuati ora nel contadino ora nell’ operaio.  Jeli non è idillio, è già l’ Heathcliff  di Cime tempestose: vento, brughiera e odio del mondo.

Ma dove, dov’è che Jeli resta solo con i puledri?  E dove sarà mai il poggio alla croce? E riuscirò a individuare Passanitello? O TebidiIl monte del calvario? O quelle masserie della novella  Pane nero, dai nomi  misteriosi come Lamia e Camemi,  o addirittura  la forra in cui la gnà Pina, la lupa, concupisce  il genero Nanni? Nella versione scenica invero  La lupa è ambientata nel contado di Modica: un evidente  depistaggio, perché  sarebbe la prima volta che Verga esce dal suo universo catanese. Forse lo scrittore sentì il bisogno di indicare un diversivo rispetto al suo universo concentrazionario di luoghi in cui lo aveva sequestrato  e rinchiuso la sua fantasia creatrice. Non si scappa: i personaggi delle novelle e dei romanzi  si muovono tutti nella marca catanese, da Vizzini (molte novelle delle due raccolte e il romanzo Mastro don Gesualdo) ad Aci Trezza (I Malavoglia e  Fantasticheria), da Agnone a Mongibello con puntate  a Grammichele, Palagonia e Caltagirone  e una sola novella a Catania città: Rosso Malpelo, che si svolge nelle cave di rena sotto le colate laviche, ormai  del tutto invisibili,  coperte  come sono dalle abitazioni  di via Monserrato.

Verga sapeva la malia emanata dai  luoghi, sapeva che i nostri demoni s’annidano  nei luoghi che ci scorrono davanti agli occhi durante la nostra occasione terrena.   La novella Malaria è quasi senza personaggi, condotta tutta sul registro impressionistico della desolazione della malattia che evapora  dai luoghi,  i quali vengono lungamente e minuziosamente descritti lasciando in ultimo apparire i personaggi che sembrano  decisamente scentrati come le figure ai lati, rispetto al paesaggio, nel quadro di Giorgione La tempesta  alla Galleria dell’Accademia a Venezia.

Nella novella Di là del mare che chiude la seconda raccolta di novelle e che perciò sembra far scorrere, come nei titoli di coda di un film, i nomi dei personaggi  narrati nelle due raccolte, Verga si lascia andare all’emozione dei luoghi. La novella ritrae una coppia di amanti su un piroscafo che da Napoli porta in Sicilia. Come in Fantasticheria, i due amanti provenienti dal mondo narrativo precedente alla svolta verista di Verga sembrano fare da controcanto:  il moderno in gita turistica nel primitivo, il superfluo nell’essenziale, ed è come se i personaggi di De Sica prima maniera, quelli dei “telefoni bianchi”, facessero irruzione tra gli  sporchi, brutti e cattivi  ladri di biciclette. Quella dell’analogia tra le due conversioni, dello scrittore catanese e del regista neorealista, è una vecchia suggestione, del tutto  geniale, di Tullio Kezich.

Torniamo ai due amanti sul piroscafo. Verga li situa sulla tolda della nave mentre di là del mare lentamente comincia ad appalesarsi l’isola. E appaiono prima  i luoghi, quindi i personaggi delle due raccolte di novelle.  Lei,
 voleva che egli le indicasse le montagne di Licodia e di Piana di Catania, o il Biviere di Lentini dalle sponde piatte. Egli le accennava da lontano, dietro le montagne azzurre, le linee larghe e melanconiche della pianura  biancastra, le chine molli e grigie d'ulivi, le rupi aspre di fichidindia, le alpestri viottole erbose e profumate. Pareva che quei luoghi si animassero dei personaggi della leggenda, mentre egli li accennava ad uno ad uno. Colà la Malaria; su quel versante dell'Etna il paesetto dove la libertà irruppe come una vendetta; laggiù gli umili drammi del Mistero, e la giustizia ironica di don Licciu Papa. Ella ascoltando dimenticava persino il dramma palpitante in cui loro due si agitavano, mentre Messina si avanzava verso di loro…

Personaggi della leggenda dice Verga consapevole di una propria torsione connotativa.  Di più: la proiezione mitica di poveri contadini  non sfugge all’autore, e il paesaggio tutt’intorno è degna cornice  delle vicende di questi personaggi poveri ma già  leggendari. Più avanti:
 Solo rimaneva solenne e immutabile il paesaggio, colle larghe linee orientali, dai toni caldi e robusti. Sfinge misteriosa, che rappresentava i fantasmi passeggieri, con un carattere di necessità fatale.

Eccola la anankaia tuke  dei greci, la fatale necessità, il destino che più tenti di schivare e più ci vai incontro. Ma allora il paesaggio è la quinta di questo dramma antico che da sempre recitano gli uomini semplicemente vivendo?  I luoghi sono l’ hic dove il nunc  trafigge il nostro destino di mortali, come nei moderni puntatori dei caccia di guerra, il punto esatto in cui deflagra un destino? Ancora: sapeva Verga che le cose avvenivano già per i greci ex anankaia tuke, per fatale necessità? Non saprei dire con esattezza. Se cioè ci fosse in lui la consapevolezza redazionale  di dare ai suoi poveracci  la dimensione di una tragedia greca, di aggiornare il mito con questi figuranti straccioni. Verga non era molto colto. Brancati però narra di un amico di Verga, Salvatore Guglielmino, che insegnava greco all’università di Catania. Qualcuno ci dirà se avranno mai parlato di tragedie greche…

Io vado a vedere questi luoghi primitivi e ferali, vado a vedere la Canziria.

Ci vado in questo luglio allionato di sole (è verbo di Stefano D’Arrigo) come è il sole nelle novelle quando gli asini lasciano cascare il capo per il caldo
 colla bocca ancora piena di paglia, e il cane si rizza sospettoso, e abbaia roco al sasso che si stacca dall'intonaco, alla lucertola che striscia, alla foglia che si muove nella campagna inerte.

Lascio il mare Jonio dove riempio le mie estati di sperduto  emigrante, di ozio, di  libri, di mare, di vuoto assolato. Estati rigorosamente atarassiche.  Mi muovo solo per incontrare i miei fantasmi letterari. Una volta a Zafferana a incontrare Brancati, a Pozzillo in cerca di Ercole Patti, e oggi a Vizzini a incontrare Verga, e chi mi vuole bene in casa mia viene, come dice il detto popolare.

Imbocco la strada statale per Ragusa e già sono in luoghi verghiani. Appaiono i toponimi delle novelle, Valsavoia, Biviere di Lentini, Lentini, Francofonte. Siamo già nelle terre del Mazzarò di La roba e di Malaria.  Il biviere o lago di Lentini non è quello dei tempi di Verga, quel grande stagno naturale che, se fosse rimasto com’era, oggi sicuramente sarebbe un’oasi naturalistica di straordinario valore, poiché  sulla traiettoria delle rotte degli uccelli migratori, più di Vendicari che ne ha preso la funzione di stazione di passaggio. Ma era anche un grande specchio d’acqua  dalle rive paludose  che moltiplicava le anofeli, le quali  spandevano per tutto il territorio le febbri endemiche della terribile malaria, malattia  che falciava le vite dei contadini più dell’epidemico colera. I contadini si curavano con il decotto di eucalipto (Jeli assiste il padre “come meglio sapeva”, col decotto di eucalipto cioè, e in Malaria si aggiunge al decotto anche il solfato). Ancora non c’era lo specifico che l’avrebbe debellata,  il chinino, e le privative non lo vendevano né lo scrivevano nelle insegne unitamente a “Sali e tabacchi”, le cui ultime insegne, dipinte a mano, ormai stinte,  riuscii a leggere da bambino. L'eucalipto, prima del carrubo che prende  il suo posto non appena sconfini nella marca ragusana, è il maestoso albero profumato di questi luoghi. Ve ne sono boschi misti a pini nelle forre umide tra i costoni delle aspre montagne che si levano ai margini della grande Piana di Catania.

Il biviere è stato bonificato ai tempi dei grandi interventi risanatori dell’era fascista. Adesso è stato parzialmente  ricostruito  dov’era ma non com’era, ed è più che altro un grandissimo  invaso  artificiale le cui acque abbeverano gli  agrumeti.

Procedo e lascio la statale a bella posta per passare  da Francofonte. Ho voglia di rivedere  un luogo della mia infanzia, l’orfanatrofio che mi ha accolto tra i nove e i dieci anni e dove non sono stato infelice. Da lì ho preso il volo  per Firenze (ero bravo a scuola e i preti mi proposero di proseguire gli studi nel Continente) e poi, dopo un rientro nell’isola, l’emigrazione definitiva per Milano. Mi accorgo che sono le tappe di Verga: Francofonte, comune limitrofo di Vizzini, e le due grandi città continentali. Io e Verga: solo questo in comune, la nascita a Catania, i luoghi delle novelle e di Mastro don Gesualdo e Firenze e Milano. I luoghi della mia anima.

Francofonte è inguardabile. Un immenso accrocco di edifici non finiti, dedali di viuzze fetide come al Cairo, palazzoni di un moderno falso e pretenzioso, spuntoni di ferro ai pilastri non finiti, facciate non finite coi mattoni rossi  ( i pignati) a vista:  il trionfo dello stile laterizio abusivo. È come una grande striscia di Gaza o Betlemme, non quella dei presepi, ma quella araba di oggi, un saliscendi di colline soffocate da abitazioni grigiastre o color tufo, irregolari, malfinite, malfatte, dalle soglie fetide.

Alla fine di una stradina  ritrovo il grande edificio del collegio orfanatrofio. Trovo l’uscio aperto. Il corridoio centrale, lunghissimo, deserto. In un cortile a manca degli operai lavorano appesi a una scala. Visito furtivamente il collegio semiabbandonato, parzialmente adibito a scuola, verrò a sapere dopo. Era ed è un edificio, uno scatolone di due piani  oltre il rialzato, immenso (sulla terrazza ci pattinavo)  e decisamente sovradimensionato per noi quaranta bambini degli anni ’60. Era stato costruito grazie alla munificenza  del Commendatore Giovanni Magnano Anzalone, un Mazzarò che era diventato ricco con gli agrumi e che viveva a Roma, ma  che aveva della roba una concezione meno ossessiva del contadino arricchito di Verga se nel lascito aveva messo la condizione che l’immane edificio dovesse essere destinato ai bambini orfani pena il ritorno ai legittimi eredi. Adesso,  a distanza di oltre quarant’anni, è cadente e quasi in rovina: una stretta al cuore. Da piangere: non bisogna mai tornare nei luoghi dove abbiamo gioito o sofferto: il ricordo di una gioia non è più gioia, il ricordo di un dolore  è ancora dolore.

Riprendo la statale, mi attende la Canziria.

L’ingresso a Vizzini è incoraggiante. Niente asfalto sotto le ruote ma i lastroni lisci di lava, le bàsole, come vengono chiamate in dialetto. Buon segno, vuol dire che la città aveva già una sua politica urbanistica quando si lastricavano le strade in questo modo, a cavallo tra Otto e Novecento: era il pavé locale quello  che si impiantava in tutte le città del tempo sul modello parigino, prima dell’avvento dell’asfalto: le bàsole in Sicilia, i sanpietrini a Roma, i bolognini dappertutto.

La cittadina mi sorprende: ha ancora un’anima. È un paesone addossato sul crinale di due creste di collina  e si sviluppa  lungo i tornanti della strada a serpentina, come Premana in Valsassina e tanti  paesi di montagna. La strada ti porta subito in centro, in piazza Umberto, ma la supero e seguendo la strada scendo lungo il crinale per conquistare la visuale dal basso e dal lato opposto in cui sono entrato: vista da sud la cittadina ha un colpo d’occhio mirabile. Niente stile abusivo. Casette siciliane povere ma dignitose  con propensioni al pittoresco, con le tegole di creta cotta e le facciate d’epoca sormontate da belle chiese barocche in tufo locale, sia a destra che a sinistra della prospettiva, con la chiesa matrice lassù in alto a dominare il tutto. Ricorda un po’ la bellezza di Modica o di Noto, senti che il barocco ibleo qui recita la sua parte. Scatto qualche foto col telefonino per appropriarmi del paesaggio e risalgo in paese. In centro lascio la macchina e mi avvio a piedi. Sono in piazza Marconi, in uno dei due poli, rispetto a piazza Umberto, della cittadina. Qui c’è un monumento a Verga, una statua ad altezza naturale dello scrittore ripreso in piedi con le mani aperte in avanti, come in un gesto da  seminatore (un signorino come lui!) che dà le spalle  alla maestosa vallata sottostante da dove pochi attimi prima avevo ammirato il panorama del paesotto contadino. È in  questa vallata che bisognerà cercare i luoghi della Lupa, di Pane nero, di Jeli il pastore, ma so che non ci andrò perché fuori paese vorrò vedere solo la Canziria.  Per intanto leggo nel basamento della statua: “ A Giovanni ***** Vizzini, Catania ecc”. Non è sorprendente, per chi conosce la mitica inerzia amministrativa siciliana, che siano cadute tutte le lettere del cognome di Verga e nessuno abbia mai pensato di rimpiazzarle! Forse al Municipio pensano che basta ricordarlo come Giovanni, un amico di famiglia.

Mi avvio lungo la strada che porta in centro. Incontro sulla  destra, prima di sbucare nella piazza Umberto, un sorprendente circolo della Società operaia di mutuo soccorso  che reca l’intestazione in alto sopra l’ingresso e la data: 1873! In epoca verghiana, dunque,  i vizzinesi si organizzavano secondo principi associazionistici e solidaristici, cioè esprimevano rapporti umani  di tipo orizzontale-cooperativo che è l’esatto opposto dell’ethos siciliano corrente, di ieri e di oggi, di sempre, ossia  di tipo verticale-competitivo (ognuno per sé e Dio per tutti), ma che, attenzione, è il modello che fa da sfondo alle opere di  Verga, un modello sostanziato da valori acquisitivi, disperatamente attaccato all’avere più che all’essere, che non prevede società di mutuo soccorso e che è disposto, al contrario,  a capire le ragioni del padrone (vedi Nedda)  com’è tipico delle organizzazioni  socio-culturalmente arretrate, dove il potere non si discute, dove il potere è riuscito a legittimarsi a tal punto da sembrare naturale e insostituibile anche ai subalterni.  Do una sbirciatina all’interno: boiserie, vetrate liberty, giornali aperti sui tavoli: incredibile e delizioso.

Mi piace questa Vizzini.

Ritardo il più possibile il mio incontro con la Canziria, voglio arrivarci nell’ora dei duelli, quando il caldo si alliona, le cicale stirano il silenzio e i ramarri frusciano furtivi tra le pale di fichidindia. La mia cartina mi dice che è in fondo alla via Lombarda, strada  che parte dietro il palazzotto di Verga. Imbocco invece l’adiacente scalinata sant’Alessio, visito sant’Agata dei Goti e il palazzo Trao- Ventimiglia. Siamo in pieno Mastro don Gesualdo.  Faccio tutta la salita fino alla chiesa matrice dedicata a san Gregorio Magno. Il caldo si fa sentite. Pochi sparuti vecchietti in giro: uno trascina per l’erta la spesa del supermercato, lo vedo sudare e ansimare. Solo in una società immobile e agro-pastorale si può vivere in verticale come un tempo qui. Adesso è impossibile, tutto diventa faticoso, anche trascinare la spesa. Le viuzze si inerpicano in alto ed è tutto uno scendere e un salire. Scorci di pittoresco che, ricordiamolo sempre, non è che il quotidiano degli altri. Vado a zonzo per il centro.  In piazza Umberto vedo il palazzotto di Verga dall’ingresso sbarrato  in evidente stato di abbandono, il palazzo Sganci, il palazzo di Città. Evito accuratamente di vedere luoghi sospetti come la casa di Lola o la putìa della gnà Nunzia.

Pranzo in una trattoriuola del centro. E alla fine sono pronto per la Canziria. Voglio arrivarci nell’ora canonica, durante la controra, nell’ora in cui i paesini siciliani si spopolano e non si ode più nulla, neanche l’abbaiare dei cani.  Ci vado in macchina perché a piedi sarebbe troppo faticoso e perché sono un turista da torpedone. Attraverso la via Lombarda, e a un certo punto  mi pare di leggere con la coda dell’occhio un cartello giallo che indica la casa della ‘gna Lola.  Quando compare Turiddu  litiga con Lola le dice una frase in siciliano. InCavalleria rusticana, posso sbagliarmi, c’è forse l’unico proverbio siciliano riportato interamente in dialetto:  Facemu cuntu  ca chioppi e scampau e la nostra amicizia finiu, che mia  madre  –  totalmente analfabeta e che di Verga ignorava tutto, anche la piazza a lui intitolata a Catania che lei si ostinava a chiamare  ancora con la vecchia denominazione degli anni Trenta di Piazza Esposizione  – ripeteva nella versione: Facemu finta ca chioppi e scampau e la nostr(pronuncia retroflessa)  finiu. Non è un proverbio, è un modo di dire che non si può tradurre con frase compiuta che così:  Facciamo finta che ha piovuto e ha smesso, e che la nostra amicizia sia finita. È una frase composta da due eventi totalmente sconnessi, non legati da alcun nesso metaforico:  uno atmosferico e l’altro morale. Forse vuol dire: come le cose del mondo fisico accadono e poi smettono senza ragione, improvvisamente, così anche nel mondo morale un fatto come la nostra amicizia  inspiegabilmente si esaurisce.  Ma con questa spiegazione invero ho individuato un nesso metaforico che nell’originale non mi pare esserci.   Verga  nella sua stringatezza non si cura di spiegarcelo con qualche giro di frase.

Dopo poche centinaia di metri della via Lombarda  il paese finisce. Me lo lascio alle spalle, e dallo specchietto retrovisore vedo le ultime case costruite in alto sulle balze  come a Orte o a Orvieto. Imbocco la strada  a  serpentina, lo stradone come la chiama Verga, che va giù al vallone della Canziria, che già vedo davanti a me. Arrivo giù in fondo al vallone, lascio la macchina sotto degli eucalipti e mi inoltro a piedi lungo la stradina in piano. Alzo lo sguardo: tutto il costone di montagna è punteggiato di migliaia di pale di fichidindia  «le rupi aspre di fichidindia»  migliaia di palme aperte al cielo sullo sfondo di una terra arida e giallognola Nell’aria senti il silenzio stirato dalle cicale. A me questo luogo della Sicilia sembra la quintessenza della mia terra, un luogo di una metafisica e aspra bellezza.

Chi viene da fuori vedrebbe solo il lato pittoresco del  paesaggio: per me è anche ricordo d’infanzia. Nella povera  borgata dove sono cresciuto c’era un posto che somiglia alla Canziria:  il vallone dell’Acquasanta, un ruscelletto mezzo rinsecchito in estate, ma mai del tutto   secco. Un filino d’acqua c’era sempre, e questo bastava, come qui nel vallone della Canziria, a garantire tra l’arsura e l’aridità del posto una striscia di zona umida. Era il mio Scamandro; anche se in scala ridottissima,  il vallone replica e ricorda la vallata del Nilo: una striscia verde e da ambo i lati il giallo del deserto.

In questo vallone era avvenuta la mia iniziazione sessuale. Piccolissimo, sette forse otto anni, mi appartai tra le canne con la mia compagna di giochi. Ci denudammo e ci toccammo lungamente  e con passione i genitali. Lei si chiamava Maria, e io quando mi faceva arrabbiare, per canzonarla,  le cantavo la filastrocca che si indirizzava alle donne  sposate per l’esplicito rimando sessuale della chiusa: Maria Mariola/ ‘o laviti i linzola/ ca s’arriva to maritu/t’ammucca ‘ a sucarola! (Maria, piccola Maria/ vai a lavarti le lenzuola/ ché se arriva tuo marito /ti imbocca il “biberon”). Non ricordo bene, ma credo di avergli ammuccatu la sucarola pure io. Anni dopo Maria emigrò per sempre in Belgio. La rividi intorno ai diciotto vent’anni, venne a salutarmi, abitava di fronte a casa mia, parlammo anche in francese, o meglio cercai di parlare in francese con lei che era già in possesso dei suoni nasali foneticamente perfetti come una nata lassù. Bellissima con le lentiggini di una volta che ancora le punteggiavano il viso, elegante e profumata e di un solido chic. Nel congedarsi mi baciò alla siciliana sulle guance, ma su una poggiò le labbra con una  punta di lingua umida in ricordo forse delle trascorse complicità infantili. Maliziosa come sempre, ma felicemente irriconoscibile la mia amante bambina stracciona;  era come se dalla piccola fiammiferaia fosse venuta fuori la principessa del pisello. Un tuffo al cuore ricordarla  ancora adesso.  Dove sei Maria, dove ti ha portato la vita?

Il  torrente dell’Acquasanta, dopo la mia borgata attraversa tutta la zona sud della città di Catania, costeggia le mura del cimitero della Zia Lisa e va a buttarsi al Lido Scecchi,   il Lido degli asini, dove  un tempo, nell’acqua ancora pulita della foce del torrente si andavano a lavare gli asini.  Ricordi di una Sicilia antica e povera. Ovviamente anche nel vallone dell’Acquasanta c’era stato un duello, al coltello, come in una Cavalleria rusticana non letteraria,  da cronaca nera. E ci scappò pure il morto. Gli ultimi strilloni vennero a urlarlo nel nostro quartiere, per chi sapeva leggere il quotidiano. “Duello rusticano all’Acquasanta” gridava uno replicando il titolo del giornale, e “Ammazzatina all’Acquasanta” un altro,  più furbo, quello che vendette più copie. Erano gli anni Sessanta. Un secolare  rito maschile  si recitava forse per le ultime repliche.

Ma qui alla Canziria sono rimasti i ruderi di un antico insediamento contadino  del tutto abbandonato nonostante qualche sbandierato intervento di recupero di cui ho letto da qualche parte. Bisogna dire che  il toponimo è stato corretto da Verga: l’originale era Cunzirìa, ossia conceria, un luogo dove forse per la presenza di quella troscia d’acqua che ancora vi scorre si conciavano le pelli.  Ma un luogo abbastanza isolato, il vallone, ideale  per un duello d’onore.
 - Se domattina volete venire nei fichidindia della Canziria potremo parlare di quell'affare, compare.

- Aspettatemi sullo stradone allo spuntar del sole, e ci andremo insieme -.



Cavalleria rusticana è certamente una piccola tragedia dell’onore, ma è soprattutto una tragedia economico-sociale: Turiddu è un uomo “ferito nell’onore” come Mimì Metallurgico sicuramente, ma la base di questo onore poggia tutta sulla sua condizione economica. Non si tratta di una contesa sessuale dopotutto: Turiddu e Lola non hanno consumato nulla su quel terreno. Non si tratta di un voltafaccia  sentimentale: il povero Turiddu, sotto le armi, non ha fatto che piangere sul fazzoletto che l’innamorata di un tempo gli aveva regalato prima di partire. No, si tratta della povertà,  che non sarà peccato come dice altrove Verga, ma è qualcosa di più: quasi una malattia che rende invalidi, una malattia che esclude da molti giochi sociali, il matrimonio innanzi tutto, una istituzione che non è solo ineluttabile destino individuale ma collocazione sociale, posto nel mondo,  che mette in gioco tutta l’intimità dell’individuo insieme alla sua dimensione sociale.

Si veda su quali indicazioni narrative viene condotto il corteggiamento con Santa coi miei corsivi:
 – Se fossi ricco, vorrei cercarmi una moglie come voi, gnà Santa.

– Io non sposerò un re di corona come la gnà Lola, ma la mia dote ce l’ho anch'’o, quando il Signore mi manderà qualcheduno.

– Lo sappiamo che siete ricca, lo sappiamo!

Denaro, non sesso, solo ed esclusivamente denaro: non c’è spazio per altro nelle menti e nelle aspettative di una coppia in una società agropastorale povera e arretrata. La novella Pane nero è condotta tutta su queste urgenze/ossessioni. I soldi sono l’ossessione di ogni minuto, di ogni giorno, di ogni vita: i soldi sono tutto. E l’onore, ossia la proiezione pubblica del proprio io, il cosiddetto "occhio sociale",  poggia su di essi perché riescono a garantire il benessere sessuale.

Infine a furia di corteggiare Santa perché Lola intenda, Lola intende davvero (stava ad ascoltare il fraseggio amoroso tra i due dietro una pianta di basilico) e cede subito all’ex innamorato aprendogli la porta di casa – adesso può perché è maritata e il danno non si vedrebbe – e in maniera così volgare che Santa si avvede di tutto e sbatte la porta in faccia al falso corteggiatore di una volta. Santa si spinge ancora più in là: ribalta il triangolo ed avvisa Alfio della tresca della moglie. Se prima non c’era competizione sessuale tra Alfio e Turiddu, adesso sì. Adesso sì che la tragedia s’incammina nel tracciato dell’onore tradito fino al duello finale e alla morte di Turiddu tra i fichidindia della Canziria.

Dove sono ora io.

Ma è venuto il momento  di andar via.  Il cellulare osa profanare questo posto primitivo. Al mare mi aspettano. In fondo al vallone tra la foschia della calura estiva  mi par di vedere un puledro.

Anch’ io, come Jeli,  vorrei restare per sempre, qui, coi puledri.

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