Brodo di coltura

25 Aprile Apr 2013 2235 25 aprile 2013

Anna Proclemer: scene da un matrimonio

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Ho avuto la fortuna di cenare con Anna Proclemer una sera dell'autunno del 1993 in occasione di una premiazione del premio Vallecorsi per il teatro a Pistoia. “Capitai” dopo una segreta regia nel suo tavolo e non appena mi fu possibile tentai  con discrezione di conversare con lei su Brancati, suo ex marito e l'autore che aveva  segnato la mia giovinezza di letterato (dopolavorista, a tempo perso). La signora si sottrasse con grande garbo e signorilità e io restai un po’ mortificato per la mia sventatezza e irruenza dovute non a maleducazione (chiusi subito il discorso al primo “assalto”) ma alla mia passionaccia da ammiratore dilettante per lo scrittore che avevo tanto amato da giovane. Avevo  appena letto le belle “Lettere da un matrimonio” edite nel 1978 da Rizzoli (volume beccato su una bancarella milanese) e in effetti mi dovevano bastare quelle, lì c’era tutto ciò che si poteva (o si doveva) sapere sulla loro unione, soprattutto nelle note in corsivo, redazionali, vergate con grande verve e intelligenza letteraria dalla stessa Proclemer.

Non vi  è detto esplicitamente ma si intuisce leggendo questo volume che il matrimonio fallì anche per una mancata intesa sessuale.  Colpisce una nota della Proclemer molto esplicita su quel che accadde in seguito alla rottura del matrimonio allorché lei in fuga a Londra si chiuse per una maratona sessuale di tre e giorni e tre notti in  albergo in compagnia di un indiano, un maraja. In seguito Proclemer si lamenterà per i ruoli di donna ambigua che Brancati le destinava nelle sue pièce, soprattutto ne “La governante”, dove la figura della protagonista,  la protestante Caterina Leher,  è una lesbica.

Nel suo saggio  “L'infelicità della ragione nella vita e nell'opera di Vitaliano Brancati” (Milano 1998) Giancarlo Ferretti lumeggia con molta intelligenza critica il dilemma se non  della vita dell’opera di Brancati polarizzato sui due “fuochi” dei sensi e della ragione. È vero che la ragione e l’intelligenza sono o  devono essere i principi ispiratori della nostra vita, ma è anche vero che il corpo decide, che ha delle ragioni che la ragione non comprende. E ciò vale, va detto, anche per tutti noi che ci giochiamo l’esistenza sotto le urgenze e le "ustioni" dei due fuochi.

Su questo dilemma, dalle forme allegre e vaporose del “Don Giovanni in Sicilia”, passando ben presto nel dramma già scenico e “teatrale” del “Bell’Antonio” (opera che impaesa nella Catania del primo dopoguerra il testo “Armance” di Stendhal: la storia di un giovane impotente sessualmente) fino alla tragedia della carne,  cupa e sublime, del “Paolo il caldo”, si gioca tutto il dramma dell’opera di Brancati. Lo era anche della sua vita?
Mentre diamo affettuosamente l’estremo saluto a una grande donna e una grande attrice ci chiediamo se adesso qualche documento in più sulla vita intima di Brancati potrà venir fuori: non certo per curiosità morbosa (o forse) ma perché l’opera di un artista (come avvenne con la pubblicazione integrale dell’epistolario di Flaubert) trova radicamento nella sua biografia. E solo la pubblicazione di altri documenti, a 59 anni dalla morte di Brancati, potrà dare maggior luce all’opera di un piccolo grande classico del nostro Novecento.

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