Brodo di coltura

13 Maggio Mag 2013 1454 13 maggio 2013

Ilda Boccassini e la furbizia di Ruby

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Ha destato un certo scalpore l’espressione del Pm Ilda Boccassini rivolta alla giovane marocchina Ruby definita «furba, di quella furbizia tipica orientale». Nient'altro che stereotipi si dirà: un’allusione politicamente scorretta a un carattere nazionale, che tutti sono propensi a pensare non esistere.

E invece, le singolarità di un popolo sono oggetto di tale osservazione consolidata che di esse si trovano tracce in brillanti copioni teatrali quali La Vedova Scaltra (un cavaliere italiano, uno tedesco, uno spagnolo ecc.) di Goldoni ma anche, ai giorni nostri, nelle più comuni funny stories, che girano per l'Europa e dove, data una situazione tipica, vengono chiamati a confrontarsi l'italiano, il francese, l'inglese, il tedesco ecc. e ognuno 'risponde' secondo una tipizzazione del carattere, che spesso è un pregiudizio o uno stereotipo, ma che nell'intenzione di chi racconta è un tentativo seppur rudimentale di dirci qualcosa di profondo, di noumenico, di quei popoli chiamati in scena a recitare il proprio carattere. Sarà un bieco luogo comune dire che gli italiani mangiano gli spaghetti, i tedeschi bevono birra e gli inglesi sono flemmatici, ma occorre stupirsi allora quando si scopre che gli italiani davvero mangiano gli spaghetti, i tedeschi bevono birra e gli inglesi sono flemmatici?

E quando il viaggiatore Pierre-Jean Grosley  già  nel 1764!  -  Nouveaux mémoires ou observations sur l'Italie et les italiens,  Londres 1764- scrive che  « l’Italie est  le pays où le mot fourbe est éloge »  dice una piccola verità o uno stereotipo da allontanare sdegnosamente da noi ? Uno stereotipo o un modello culturale ?

Lo storico Peter Burke,  annette agli stereotipi  qualche fecondità euristica quando scrive

Risulta evidente che luoghi comuni e stereotipi costituiscono per lo storico non tanto un ostacolo quanto un aiuto in vista della ricostruzione delle regole o norme della cultura.

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Il termine 'stereotipo' rappresenta la connotazione spregiativa di ciò che i sociologi e gli antropologi preferiscono chiamare 'modello'; in altre parole, è un'utile semplificazione impiegata per capire la complessità della realtà sociale. Così possiamo includere fra gli 'stereotipi' o 'modelli' il sistema feudale, il capitalismo, la cultura della vergogna, la società spettacolo ecc. Si potrebbe persino aggiungere l''inglese', o l''italiano', quando tali termini vengono usati in riferimento agli stili o al comportamento. [Peter Burke --Scene di vita quotidiana nell'Italia contemporanea, Laterza, Bari  1988)

L'osservazione dei caratteri è poi meramente empirica. Detti caratteri reclamano una chiarificazione di tipo razionale solamente se ci si chiede in che cosa veramente consistano, ma fenomenologicamente sono sotto gli occhi di tutti. Un norvegese, benché uomo quanto un italiano, è 'altro' culturalmente da un italiano, così un russo da un francese; per non parlare del tedesco che ci fa impazzire periodicamente tutti in Europa. Basta poi fare un viaggio fuori dai propri confini per notare che c'è una 'via nazionale', un approccio collettivo e nazionale a molti aspetti della vita individuale e sociale. E questo non perché le nazioni siano biologicamente diverse l'una dall'altra, ma perché sono tali le 'culture', perché una comune lingua, storia, religione, vissuto collettivo, hanno dato luogo ad 'aggregati', a civilizzazioni culturali, entro cui i comportamenti degli individui si conformano. La nazionalità (termine che riassume tutto ciò soprattutto nei paesi occidentali)  si riverbera nell'individuo e l'individuo rispecchia la nazionalità. Anzi è proprio nei piccoli fatti di ogni giorno, nelle monadi, che si può individuare la logica dell'intero universo comportamentale. Scriveva Hegel :
Spesso, le singolarità di un piccolo avvenimento, di una parola, esprimono, non già una particolarità soggettiva, ma un tempo, un popolo(corsivo mio), una civiltà in modo conciso e vivacemente intuitivo.  G.W.F Hegel, - Enciclopedia delle scienze filosofiche,(estratti),Laterza Bari, 1974

Naturalmente c'è chi non si riconoscerà, solo in quanto italiano, nei profili sintomatici di questa personalità e già a costui dirò che l'affermazione non lo riguarda perché ha come oggetto gli italiani come collettività, come massa, e se egli vorrà segnalarsi come qualcosa di diverso o di superiore, potrà riconoscersi nel bon mot della De Staël, per la quale quando si parla di popoli è alle moltitudini che occorre fare riferimento essendo gli uomini superiori tutti connazionali tra di loro .

Traduco dal suo De l’Allemagne (uno studio sui tedeschi):

In ogni paese, la superiorità di spirito e d’anima è rarissima, ed è per ciò stesso che conserva il nome di superiorità ; così dunque, per giudicare il carattere di una nazione, è la massa comune che occorre  esaminare. Le persone intelligenti sono tutti compatrioti tra di loro.

Un individuo, visto nella sua sostanza sociale, non è pensabile se non in relazione ad una comunità: la famiglia di provenienza, la classe di appartenenza, la comunità nazionale di cui è membro. Anche ridotto al 'grado zero' dei rapporti societari, un Robinson, non cessa di essere ciò che la sua sostanza sociale lo ha fatto: un borghese ed un inglese. Perfino quando è solo, in un' isola o nel chiuso della sua stanza, un inglese non cessa di essere un inglese diceva Stendhal.

Tuttavia tanto più un individuo 'pensa' tanto più si libera dai condizionamenti dei propri gruppi di provenienza iscrivendosi così d'ufficio ad una specie di Internazionale dello spirito, dove un inglese è connazionale a  un italiano e questi a un francese, perché, per dirla ancora con Stendhal «la vraie patrie est celle où l'on rencontre le plus de gens qui vous ressemblent».  Ma quanto più l'individuo è inerte, tanto più la famiglia, la classe, la comunità nazionale di provenienza 'pensano' in vece sua. Se gli uomini intelligenti sono tutti connazionali tra di loro, coloro che non 'pensano' fanno parte in primo luogo della propria comunità nazionale. Chiunque cioè non ha un carattere proprio è destinato a subire quello della propria comunità.

Insomma i cosiddetti caratteri nazionali esistono, ossia esistono dei modi "tipici" di porsi davanti al mondo.   Non è Lombroso qui che entra in azione, ma Montesquieu, che credeva fermamente di adattare le leggi ai costumi di un popolo, i costumi appunto, che precedono le leggi... e che esistono in sé in quanto sono l'accumulazione pregressa di comportamenti imposti o accettati.

In questa prospettiva dire che l’italiano medio è furbo o che Ruby è furba alla maniera orientale, ha lo stesso valore: un giudizio di prevalenza che tende a individuare un tratto caratteriale nazionale, spesso non smentito dalla verifica empirica.

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