Brodo di coltura

26 Maggio Mag 2013 2245 26 maggio 2013

“La grande bellezza” di Sorrentino e un pizzico di Flaubert

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È  un film potente. Ci si dimentichi tuttavia di Fellini de “La dolce vita”  e di  Scola de “La terrazza”, anche se gli accostamenti e i rimandi sono legittimi, e ci si concentri solo sul film. È bello ed intenso e lo si può gustare senza filtri eccessivi. Se proprio si vuol fare gli intellettuali, invece, suggerisco  una chiave di lettura “alta” di questo film che pure si apre con una citazione da “Viaggio al termine della notte” di  Louis-Férdinand Céline.

Per ben due volte vi  è citata la frase di Flaubert in cui dice che vorrebbe scrivere "un romanzo sul niente". C'è un piccolo errore di traduzione a dire il vero: Flaubert voleva fare un "livre sur rien" ossia non "sul niente" - non era il Sartre de “L’essere e il nulla”-  ma "su niente". Leggendo nel prosieguo  la famosa frase contenuta in una lettera a Louise Colet  (16 gen. 1852) Flaubert  dice che gli piacerebbe scrivere un libro "senza attacchi esterni, che si regga da se stesso con la forza stessa dello stile, come la terra che senza essere sorretta, si tiene nell’aria; un libro che non avrebbe quasi un soggetto o che almeno dove il soggetto sia quasi invisibile", insomma un romanzo che si sostenga solo sulla potenza della frase (che per lui doveva essere tornita e rifinita come un verso). In altre parole Flaubert sognava un romanzo senza "soggetto", ossia senza una trama ben  definita o una storia portante insomma, un romanzo senza trama proliferante e senza "romanzesco", come si facevano allora i romanzi, ossia poggianti tutti su un tema centrale e su  colpi di scena ecc (Balzac  fra tutti,  cui implicitamente Flaubert pensava).

Ora, questo romanzo "sur rien" Flaubert lo ha scritto, ed è un romanzo bellissimo quanto di difficile lettura:   "L'educazione sentimentale". Com'è questo romanzo dal punto di vista strutturale? Viste tutte le proporzioni  è proprio come "La grande bellezza" di Sorrentino; ossia un'opera che rinuncia a una trama "a piramide" e che si sviluppa per suites di scene, avendo come punto di concatenamento la "coscienza" di Frédéric Moreau lì e la coscienza di Jep Gambardella qui. Il realismo filtrato attraverso i sensi e l'intelletto - la coscienza di un individuo - diventerà  prassi corrente successivamente in opere come "Ulisse" di Joyce e la "Coscienza di Zeno", ovviamente.

Senza  disturbare troppo gli ismi tuttavia il film ha una sua indiscutibile bellezza. È una narrazione stesa su un prezioso  tappeto di  musiche da discoteca e alto di gamma in sapiente  fusione di volgare e sublime e in stridente contrasto con alcune facce buzzicone (che la “grande bellezza” sia forse un ottativo richiamo a un mondo che non c’è, che si nega?)…  Fa niente che il topos di una vita gettata alle ortiche abbia una fonte occulta, prevedibile, in una giovinezza solare e pura – che dopotutto è la stagione della vita in cui si siglano i patti autobiografici – e a cui si ritorna come punto  mentale e pietra di paragone di come avrebbe potuto essere l’esistenza se avesse preso uno snodo piuttosto che un altro. Fa niente che forse Sorrentino esagera con il dolly e i “salsicciotti” (termine con il quale i vecchi sceneggiatori italiani appellavano le scene secondarie e i “riempitivi”), ma la rappresentazione di una Roma  superba nelle “mura e gli archi” e sfasciata nella morale privata e pubblica  - con citazione incorporata  di “Capitale corrotta, nazione infetta” -, difficilmente si dimenticherà.

La suite di scene del film ci dà il cafonal di D’Agostino e la Roma godona di Pizzi; il generone romano con i suoi patrizi d’affitto (che si concedono a cachet solo per presenziare alle feste); il principe del bisturi che a botte di settecento euro siringa il botox a tutte e a tutti; l’artista concettuale che prende per i fondelli un mondo digiuno di arte e forse ignaro di quella che lo circonda ad abundantiam nelle forme antiche e perente, però, del classico e del barocco; gli illusionisti che fanno sparire le giraffe; i lanciatori di coltelli; le spogliarelliste attempate; l’intellettuale organica dalla vita privata devastata ma pronta a fare la morale a tutti,  e quant’altro l'eterno circo di Roma deposita nelle pellicole dai tempi  di Brancati e Flaiano (visto che siamo in tema di citazioni flaubertiane ricordo soprattutto la  "Tentazione del dottor Antonio" episodio di "Boccaccio '70",  grottesca rivisitazione della "Tentazione di Sant'Antonio" dove il santo anacoreta è il piccolo borghese Peppino De Filippo e il diavolo tentatore il gigantesco, seducente corpo curvaceo di Anita Ekberg che "appare" in un gigantesco cartellone pubblicitario)... Forse mancava solo il milieu della Rai (quando un film?) o  il Madoff dei Parioli, ma l’avesse messo in scena Sorrentino avrebbe rischiato il linciaggio: sui soldi non si scherza e il gioco del riconoscimento troppo impietoso per chi è stato spellato nella vita prima che in un film. Nella Roma eterna non poteva mancare il cameo del prelato del Vaticano. Indimenticabile il Monsignore (per nulla felliniano, ma, quanto a irriverenza  rappresentativa, direi à la Bellocchio de "L'ora di religione") interpretato splendidamente da Roberto Herlitzka, grottescamente concentrato sulle ricette culinarie; ripugnante e fortemente alludente a Sante vere la figura della "Santa"; pietoso e sublime Verdone che interpreta uno scrittore raté; in linea con la tradizione popolaresca romana la Ferilli; ironico, scettico blu e splenetico Toni Servillo (un La Capria andato a male).

Un film ambizioso, che punta al bersaglio grosso del capolavoro e che a tratti lo lambisce. Non è piaciuto a molti palati fini e non piacerà a quelli  popolari che sicuramente lo eviteranno;  forse il film ha il difetto di indirizzarsi a  un pubblico medio, quorum ego, che “ne ha viste tante” e che tuttavia  si lascia sedurre ancora  dalla rappresentazione più che convincente dell'Urbe in particolare e della fatica di vivere in generale  che ci consegna questo bombastico Sorrentino.

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