Brodo di coltura

14 Giugno Giu 2013 1521 14 giugno 2013

Le dita negli occhi. Le liti in tivù e la classe dirigente in Italia

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"Dietro le grandi carriere c'è o un furto o un’alcova" scriveva il mio adorato Balzac nella Francia dell' "Enrichissez-vous!" di Guizot. Da sempre  in Italia occorre aggiungere ai letti e ai furti, come motore di accelerazioni improvvise nei destini individuali, anche la raccomandazione.  Il nostro Paese è senza una élite legittima segnalava sul “Corriere” qualche giorno fa Gian Arturo Ferrari in una severa meditazione sull’assenza di una vera classe dirigente che egli giustamente fa risalire indietro nella storia alla fondazione dello Stato unitario. Scriveva Ferrari: “Tutte le debolezze che avevamo nascosto sotto al tappeto sono venute impietosamente in luce. Per questo, in una sindrome Schettino generalizzata, ognuno ha cercato e cerca di saltare sul mezzo di salvataggio più prossimo, incurante non solo del decoro, ma della più elementare decenza. Non solo violando le regole, ma letteralmente calpestando il prossimo e i suoi diritti”. E anche: “Chiunque viva nel mondo reale può vedere con i propri occhi una crudezza completamente nuova. La ferocia della competizione, l'uso di ogni mezzo, il soffocamento e l'umiliazione degli sconfitti, i crolli psicologici, il senso profondo dell'ingiustizia subita. Non è più il vecchio topos dei raccomandati, è la lotta elementare per la sopravvivenza”.

L’assenza di una codificazione rigorosa del percorso di formazione di una classe dirigente (altrove costituito non solo dalla nascita ma da severi studi selettivi) fa sì che il nostro Paese, sregolato, anarchico e individualista sia costituito da “giri” ossia vere e proprie cosche: il termine, giova ricordarlo,  è siciliano ove la “cosca” è in   dialetto la foglia di carciofo che ad un tempo separata dalle e unita  alle altre  esibisce  il singolare destino di comporre ognuna per conto proprio il frutto della pianta. Cosche dicevamo,  cricche, bande, in una continua dialettica di momentanee alleanze e furibonde  lotte tra loro.  È in questo perenne bellum omnium contra omnes che si pratica o la raccomandazione o il rubamazzetto.

Da noi si ruba di tutto. Non solo beni materiali ma  carriere, professioni, destino, futuro, vita. Il fatto che dietro molte carriere vi sia stato un atto di predazione, di ingiustizia verso i meriti altrui, il fatto che tutta un’ intera carriera sia stata intessuta di adulazione, intrigo, servaggio - e anche di quell’atto compiuto con la lingua di cui si rese celebre il cardinale Alberoni-, talora  affiora all’improvviso, come una cisti improvvisa,  quando meno te l’aspetti. Ed ecco perciò le star del giornalismo denunciarsi reciprocamente in atti di vassallaggio, di viltà a loro reciprocamente noti da tempo, e cacciarsi, furiosi, dita negli occhi.

In un Paese normale non esisterebbero i faccendieri che sussurrano più o meno ai potenti. Ma in un Paese come il nostro dalla classe dirigente avventizia formata da “organigrammi informali”, poteri più o meno occulti, mafie e massonerie, di  faccendieri siamo pieni, e tali sono, dal punto di vista intellettuale anche molti giornalisti: sbroglia faccende del potere. Un tempo, nell’Italia delle corti e dell'afflittiva penuria, indossavano la veste sdrucita degli abatini (l’abate Metastasio, l’abate Casti, l’abate Chiari, l’abate Parini). Erano,  quegli abatini l’”Usignolo dell’Imperatore”,  oggi   vestono grisaglie e quando si incrociano  o si leccano o si cacciano dita negli occhi. Con  furore e con il rancore insanabile e lancinante della consapevolezza della vigliaccheria reciproca.

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