Brodo di coltura

12 Agosto Ago 2013 1912 12 agosto 2013

"Chist’è na stupotaggine" – La forza linguistica, simbolica e sociale delle plebi meridionali

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Vi ha stupito la perfomance linguistica del giudice Antonio Esposito che si esprime in un  inossidabile vernacolo al telefono? Chi conosce i paesaggi morali del nostro Sud non ha battuto ciglio. Che le classi alte nel Mezzogiorno si esprimano nell’idioma locale è spettacolo corrente di tutti i giorni. Gli scambi linguistici nel dialetto gorgogliante di "u" come un lavandino sturato,  tra notai e posteggiatori per esempio,  nella nativa città etnea sono la norma. E a Napoli il ricorso al dialetto è prassi linguistica consolidata e non
solo tra comari tra un ballatoio e l’altro.

Intendiamoci,  ricorrere al  dialetto per molti è come indossare le pantofole dopo le scarpe strette dell’italiano. In Veneto dà ancora il senso della comunità e dell’identità né più né meno che a Napoli o a Catania e comunica d’emblée amore per il suolo natio e senso di familiare appartenenza a un genos e a un logos irrinunciabili, perché è  proprio attraverso il logos che ci si appella al genos in un forte sentimento, talora risentimento, identitario.

E tuttavia il ricorso al dialetto qualche considerazione più larga la dovrebbe suggerire. Il “condanniamo Trifilò ad anni tre e mesi quattro di reclusione” del giudice siciliano da trent'anni a Milano,  con rigorosa e ostinata pronuncia retroflessa nel gruppo “tr” (come tree in inglese)  non può non stupire. Sarà protesta identitaria o rifiuto all’assimilazione, oppure ottusità mentale?,  atteso che pulirsi la dizione e assumere quell’italiano traslucido, anabolizzato forse, mai esistito sicuramente,  ma stupendo,  dei doppiatori,  dovrebbe essere di prammatica visto che si sentenzia “In nome del popolo italiano?

Non è che al dunque  il logos richiami anche un ethos? Sia in connessione con quella “moral basis” che Banfield metteva nel titolo di  un celebre saggio dove indagava la  backward society meridionale? Nelle società avanzate, a differenza che nelle  società arretrate appunto, è successo che la scelta linguistica nazionale è andata di pari passo alla separazione, al distacco (alla “Distinction” direbbe Pierre Bourdieu) dalle plebi e dal loro idioma. Altrove, a Parigi, il bon ton linguistico bon chic, bon genre,  s’è staccato dallo choc della pupulace e dal suo argot, e tutto ciò in una città che fino a qualche decennio fa distingueva incredibilmente   una prima da una seconda classe nel mezzo di trasporto  più “popolare”: la metropolitana.

A Milano si fa fatica a ritrovare oggi  il Verziere  del Porta (l’equivalente di Trastevere del
Belli) dove si parlava quel meneghino puntuto della Ninetta del Verzée. E’ rimasto solo uno spiazzo nella via Larga con un monumento al suo cantore, ma delle verze, del mercato popolare delle verdure,  s’è persa ogni traccia. È successo,  per analogia urbanistica con Parigi  -  dove la borghesia nel corso del tardo ‘800 sotto i diktat urbanistici del Barone Haussmann si ritirava a vivere nei palazzoni gettanti sui  gran Boulevard e si  staccava fisicamente  dal suo Ventre e dalla sua Napoli (leggere Zola del “Ventre di Parigi” e de “Il denaro” e vi si troverà  le due entità citate) -  è successo, si diceva, che la borghesia meneghina in epoca umbertina si separava  dalla plebe e andava a vivere nei quartieri tra  via Boccaccio e via Vincenzo Monti, mentre la plebe della Ninetta, ormai non più plebe ottocentesca alla Enrico Bignami, ma massa operaia novecentesca si installava al Giambellino o all’Ortica  generando la sua nuova atmosfera sociale e la nuova retorica delle canzoni di Gaber, Jannacci e Vanoni. Ma ormai il dialetto milanese  era   come museificato nelle repliche infinite di Strehler del Nost Milan di Bertolazzi o rievocato  in qualche circolo meneghino di via Clerici,  ma  non più mezzo linguistico della borghesia dei giornali e dell’editoria, della borsa, dell’industria e dell’agroalimentare. Anche perché una "società aperta" come quella milanese, che accoglieva molta gente di fuori, non poteva chiudersi in un esclusivismo linguistico.

Nel nostro Mezzogiorno invece e soprattutto nelle sei  grandi aree urbane di Roma, Napoli, Bari, Palermo, Messina, Catania, la  plebe urbana,  mai “promossa” a  massa operaia novecentesca, ma rimasta tale vivendo in “città di consumo” dove perlopiù si spendeva la rendita agricola e si viveva di piccolo artigianato e di economia del vicolo, ha impresso su tutto il corpo sociale integralmente  i suoi modi e i suoi toni e  il suo sinistro prestigio regressivo. In questo contesto la contiguità tra nobili e ignobili, tra miseria e nobiltà era  evidente fino a tutti gli anni Sessanta, e basta vedere qualche film in bianco e nero dove il nobile De Sica giocava a tressette con il figlio del portinaio, vivendo nello stesso stabile e non essendo avvenuta ancora la separazione urbanistica. Il controllo etico ed estetico delle plebi meridionali sulla  base morale delle grandi  città è stato stringente e assoluto. Era una questione meramente demografica, ossia  di quella “composizione demografica irrazionale” di cui scriveva Gramsci, di forza bruta dei numeri  visto che la  mamma popolana sempre incinta riversava senza posa  la sua prole per i vicoli. Il ventre della plebe ha imposto perciò inderogabilmente sia per il dritto che per il rovescio (criminalità organizzata) le sue regole, il suo gusto, la sua gastronomia, il suo dialetto, i suoi toni e i suoi modi, il suo sporco, brutto e cattivo prestigio regressivo,  cui la borghesia locale mai si è sottratta restandone nei fatti socio-demo-psicologicamente soggiogata.

In queste città è stata la  plebe urbana a essere  ruling class, e sarebbe come se nei velieri britannici fossero gli hooligan al comando e i Mylord alle sartie. Di  fronte a questo stato di cose, in città come Napoli e in altre del Mezzogiorno,  per reazione spontanea al controllo ferreo dei lazzari sui costumi  e sullo spirito pubblico della città,  s'è formato un ceto borghese astratto e lunare, ferito a morte,  più anglofilo degli stessi inglesi nell'inventarsi tic e tabù da  Mylord ostinato e  isterico, ma nient’altro che una nobile ridotta rispetto alla vittoria storica dei ceti popolari. Questa borghesia immaginaria, cui non sembra appartenere il giudice Esposito,  è l’equivalente, nella Roma di fine secolo dei romanzi chic di D’Annunzio, della creazione meramente letteraria, tutta di testa,  di personaggi  rarefatti e quintessenziali, aristocratici e siderei,  di cui però  si fa fatica a concepire  la reale esistenza, e soprattutto immaginare quale italiano parlassero visto che a Roma, ancora oggi (leggere il libro di Siti “Resistere non serve a niente”)  non esiste un italiano parlato in bocca romana scevro da potenti  slittate nel vernacolo  della   sora Lella.

Il dialetto è vivacità, è freschezza e irrinunciabile  colore locale,  si dirà. Ma anche il segno del comando, del comando delle grandi masse popolari sulle realtà urbane del  Mezzogiorno.  E forse anche  il  segno di un ristagno antropologico. E’ successo nel nostro Sud  ciò che è accaduto nella magnifica civiltà egizia: non c’è stata evoluzione . Da Cheope fino ai Tolomei i geroglifici sono rimasti quelli.

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