Brodo di coltura

1 Settembre Set 2013 1811 01 settembre 2013

Un nemico del popolo

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Dopo aver abbondantemente limonato in piedi a mezz’acqua in mare i due vengono a spiaggiarsi a due passi da me.  Sono entrambi ben piantati, in preda a incontenibile tempesta ormonale. Lei è piena e statuaria con le curve abbondanti ma nessuna deformazione della complessione corporea giovanile, solo qualche esile accenno di una smagliatura  biancastra a ramificazione di corallo tra gluteo e coscia, segno di una crescita improvvisa quanto impetuosa. Lui una specie di Gengis Khan olivastro con  i boxer dove il “pacco” trastullato dagli strofinamenti  di  lei in mare è fuori controllo.  Si alzano: lei ha un’idea, forse per decantare la situazione. Vuole insegnargli dei passi di danza. Con l’iphone acceso su una musica sudamericana  lo guida nei movimenti, nei giri d’anca, nell’introduzione del piede fra i suoi. Lui è un bietolone, lei è insoddisfatta ma in piena esplosione dei sensi, incontenibile. Continuano per cinque minuti fra i gridolini e i  “Ma no, cosììì!” di lei. Sembra non funzionare la strategia del ballo. Lui ha voglia di mettersi a pancia in giù. Cede di schianto sulla rena, lei gli è addosso. Lo rivolta. E a cavalcioni gli si siede sul “pacco”. Strofina l’inguine contro il suo. Poi scivola all’indietro sulla  gamba leggermente tesa di lui per ricadergli con soddisfazione sul "pacco", più volte, a piccoli colpettini.  Lui ha qualche smorfia, ma non è né di vergogna né di dolore. Lei d'impeto gli copre la bocca con la sua. La madre di lei o di lui, boh, assiste alla scena, con lo sguardo neghittoso di chi sembra dire: "sono giovani e io sono moderna".

Distolgo lo sguardo. La condizione di implicito voyeur mi è intollerabile. Ma nei fatti sto rimuginando una strategia di attacco. “Ma la volete smettere? Ma come vi permettete in una pubblica spiaggia?”. Il tono dovrebbe essere aspramente moralistico, ma temo rivelatore di malanimo verso me stesso,  per essermi lasciato trascinare in un atto passivo e involontario, ma pieno,  di  coinvolgimento sessuale.  Si dirà: bastava non guardare. E’ quello che ho deciso di fare: forse troppo tardi. Non ho seguito più i due nelle loro evoluzioni. Ma la convinzione di aver mancato a un dovere civico, quello di intervenire pedagogicamente, nei miei rimuginamenti successivi,  è stata più forte della vergogna dell’umana troppo umana eccitazione.  Ma anche l’irruzione violenta nella loro simulazione d’amplesso in pubblico  poteva essere sottoposta alla  censura mentale del letterato che è in me. Ricordavo la considerazione  di Stendhal quando diceva  che vi sono certi mondi morali in cui gli eunuchi sono in collera permanente verso i libertini. Ma forse  Stendhal era fuori luogo, come un colpo di pistola in un concerto. In verità m'ero trovato  di fronte a un atto di pura maleducazione: un intervento dissuasivo deciso e perentorio era forse assolutamente necessario.

Allargo la mia riflessione a quella ricorrente condizione della vita individuale e collettiva in cui l’umanità che ti circonda e con la quale condividi l’occasione terrena  - chi  per esuberanza del carattere, chi per mera disposizione alla sopraffazione violenta, chi per visione narcisistica e ipertrofica del proprio Io e delle proprie "naturali" esigenze-,  fa irruzione con violenza nella vita tua o degli altri. Tutti i giorni siamo testimoni di questi atti.  E in genere reagiamo o non reagiamo secondo le mie modalità espressive e comportamentali  sulla spiaggia. Da spettatori inattivi e forse compiaciuti, da ignavi che girano la testa dall’altra parte, da censori dei comportamenti altrui - ma non da eunuchi verso i libertini, da frustrati verso i gaudenti-, ma da uomini liberi e morali. Quest’ultimo  tipo di persone a cui vorrei appartenere, ma di cui non ho le intrinseche qualità, sono mirabilmente descritti in quasi tutte le pièce di quel genio eterno che è Ibsen. Sono dei cavalieri dell’ideale, persone tutte d’un pezzo che difronte a un sopruso a un’ingiustizia a una violenza nel mondo agiscono e reagiscono fino alla sconfitta del male o alla propria autodistruzione.  Inflessibili e coerenti, non sono disposti a negoziare o a transigere, certi che «lo spirito di compromesso si chiama Satana». Ricordo quel personaggio straordinario, il dottor Stockmann,  ritratto nella pièce superba  Un nemico del popolo, in cui questo  individuo caparbio combatte la sua lotta solitaria contro tutto un “contesto” cittadino di corruzione e a dispetto degli appelli alla  moderazione di tutti, anche della moglie.

Ma chi vorrebbe, chi ne ha la forza, davanti alla sconsideratezza altrui partire, razzente, a testa bassa fino all'affermazione finale di un principio etico a costo anche del proprio annichilimento? Chi è disposto a recitare oggi la parte di Un nemico del popolo?

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