Brodo di coltura

16 Settembre Set 2013 1122 16 settembre 2013

Lo stato della Nazione

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Tutti i popoli sono felici allo stesso modo, ogni popolo è infelice a modo proprio. Nel nostro modo italiano di stare al mondo  sono previsti  un po' di sopraffazione fisica o morale, un po' di crimine o di illegalità, un po' di doppiezza mentale, un po' di furbizia raffinata o spicciola, un po’ di familismo e di cura del particulare, un  po' di ipocrisia religiosa, ma anche tanta destrezza, intelligenza, vitalismo, ottimismo e gioia di vivere... Costringere un popolo a una virtù che non gli appartiene (non puoi pensare che un italiano si comporti come un tedesco altrimenti è un tedesco) significa imporgli una felicità che lo farebbe uguale a tutti gli altri, a perdere ossia  la  propria specificità  e il proprio modo di stare al mondo, il quale  non è né peggiore né migliore ma il suo.  Ma come nella Favola delle api di Bernard de Mandeville non è con la virtù che le api fanno il  miele, così è coi propri vizi che un popolo trionfa o perisce. Se li sa massimizzare riesce a stare a galla, ma se si fa sopraffare da essi sprofonda.

Siamo al capolinea di una storia millenaria del nostro carattere nazionale. Il momento in cui o c’è una ripartenza oppure il declino ci potrà paralizzare per decenni come nell’epoca che va da Carlo VIII a Napoleone: l’Italia detta dei secoli bui. “Crisi” è all’origine un termine medico, usato da Ippocrate e Galeno. Deriva, come “critica” o “crinale”,  dal greco “κρίνω ”,  distinguere; è quello spartiacque critico  tra vita e morte, il momento in cui il malato non è tanto forte da vivere, ma neanche tanto debole da morire (Reinhart Koselleck, Crisi. Per un lessico della modernità, Ombre Corte 2012 , Critica illuminista e crisi della società borghese Il Mulino 1984 ).

Nel corso di questa crisi senza fine, sembra di essere strozzati da noi stessi, come in quella pratica  barbara mafiosa dell’incaprettamento: ogni nostro movimento teso a liberarci  affretta invece la morte. Questo meccanismo  è al fondo la ragione della nostra crisi  apparentemente senza sbocco: i nostri tratti caratteriali  ci stanno strozzando. Lo spirito di campanile dell’Italia dei mille Comuni s’è trasformato in rissa permanente. Il diritto (di cui dovremmo essere la culla, ma che sembra essere rimasto in culla) trionfa con il suo bizantinismo ferale bloccando tutto e tutti, al grido di  fiat iustizia et pereat mundus  (vedi vicenda ILVA). La furbizia esasperata sta mostrando i suoi frutti ultimi, e un popolo di furbi si è rivelato alla distanza un popolo di sciocchi. Le stesse gerarchie ecclesiastiche con la loro  dottrina morale derogatoria e casuistica, pur fonte di saggezza secolare anche con i suoi prelati forbiti e circospetti , ma ormai rivoltati in rissosi uomini attaccati al potere e al denaro,  hanno  indotto la cattolicità universale  a tenere a distanza il “partito italiano” tanto che è lecito  attendersi molti  evi  prima che un altro  italiano ritorni sulla Cattedra di Pietro. I Comici nostri, quelli della Commedia dell’Arte che, poveri in canna, ma pieni di ilarità inconsulta, sorgiva e aurorale, percorrevano con il carro di Tespi le lande  europee e insegnavano a tutti l’arte del ridere, adesso hanno la battuta truce e livorosa e aspirano alla combustione neroniana  della Nazione pur di far trionfare un loro lazzo o  una loro piroetta.  Lo stesso vitalismo di una nazione (la vieille gaïté italienne)  pronta al canto e allo scacciapensieri e a godersi la vita, sembra ripiegarsi su se stesso  tanto da indurre la Nazione a intristirsi sempre più, e pare di vederla  grattarsi dietro le orecchie in posizione sempre più autistica. I giovani furbi  pensano come i vecchi, quelli intelligenti sopraffatti dal reticolo delle raccomandazioni, sono costretti a emigrare,  e i vecchi,  toccati da un vitalismo sconcio, come da un viagra giovanilista perenne,  non fanno quello che fanno (o facevano)  i vecchi in ogni parte del mondo: mettersi da parte o morire con dignità: non prima di aver redatto le proprie memorie se degne di menzione. Il merito e le capacità in ogni momento della vita sociale sono messi nel mirino e scientemente colpiti e abbattuti. Sembra trionfare in ogni dove la parentela, l’aggancio giusto, la mediazione interessata, la  strizzatina d’occhio di chi sa il gioco e non consente ad altri di entrarvi: la società chiusa e i suoi amici, si potrebbe intitolare parodiandolo, un testo di Popper (La società aperta e i suoi nemici). È invece  in atto una gigantesca caccia al migliore, una scientifica “distruzione dei migliori”.

L’Italia “non donna di province ma bordello” è stata sempre così probabilmente; ma non è stato questo a impedirle di fiorire e rifiorire  più volte, di rimboccarsi le maniche dopo i disastri in cui s’era cacciata,  e di dar luogo a “miracoli" economici, ciò che, nel linguaggio magico-sacramentale di base (ma nel Paese di Galilei e Pareto padri  della logica sperimentale), intendeva designare con una sottile colonizzazione cattolica  del lessico, uno sforzo inaudito, un diuturno impiego di olio di gomito, altro che nozze di Cana.  Ma ci sono termini italiani bellissimi a cui occorre fare appello: Ri-nascimento, Ri-sorgimento. Ebbene dov’è questa Italia, perché il Paese che davvero  amiamo è come un burattino senza bastone, una marionetta senza fili?

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