Brodo di coltura

19 Settembre Set 2013 1836 19 settembre 2013

La decadenza di Berlusconi e l'autonomia del politico

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Maximilien Robespierre, avvocato di Arras capoluogo della Regione Nord-Pas-de-Calais   (vedetevi lo spassosissimo film francese "Su  al nord" e immaginerete  l'accento con cui parlava), detto anche il "deputato dell'umanità" tanto era intenso il suo afflato verso i diritti dell'uomo e del cittadino, era inizialmente contrario alla  pena di morte per ragioni eminentemente etico-giuridiche: "per l'unica ragione che essa non può essere giustificata in base ai principi indistruttibili della natura", e ne aveva chiesto, con un bellissimo discorso, l' abolizione in sede di Assemblea costituente nella seduta del 30 marzo 1791. Ma, con una torsione dialettica degna dell’avvocato di provincia e di abilissimo oratore alla Marco Antonio di Shakespeare che era, cambiò opinione verso la sorte di Luigi XVI.  "Voi, disse  ai deputati della Convenzione nella seduta del 3 dicembre 1792, n'avez point une sentence à rendre pour ou contre un homme, mais une mesure de salut public à prendre, un acte de providence nationale à exercer (non dovete emettere una sentenza pro o contro un uomo, ma prendere una misura di salute pubblica;  esercitare  un atto di provvidenza nazionale”). Per ragioni eminentemente politiche  e per il fatto che accusava il re di un delitto efferato ossia,  con una formula che da allora divenne celebre, di essere un  "criminel envers l'humanité", riteneva utile e necessario che il Tiranno morisse perché la Nazione vivesse.

Analogamente, per ragioni eminentemente politiche, è necessario che il nostro Luigi Capeto muoia politicamente perché la Nazione viva. E questo lo dico principalmente a intellettuali ex comunisti come Giuliano Ferrara,  adottando verso loro le astuzie retoriche e  gli impianti  logici dei loro stessi ragionamenti  che per  due decenni si sono retti  sul concetto dell'autonomia della politica rispetto ai convincimenti comuni,  al diritto e anche alla morale. La politica suona una sua musica, diceva Ferrara, che né la morale né il diritto possono interpretare ed eseguire. Può darsi che giuridicamente il nostro Luigi XVI abbia diritto a provare in tutti i gradi e le sedi di giudizio possibili, nazionali e internazionali,  la sua innocenza, ma non lo vuole la politica, non lo vuole il momento storico. Non c’è più tempo. Che la Giunta per le elezioni prima e il Parlamento poi si pronuncino per la sua decadenza da senatore. La Nazione è da mesi, se non da anni, imballata attorno alla sua vicenda. Occorre che il nostro Luigi Capeto muoia politicamente perché quel che resta della Nazione moribonda sopravviva e viva. E occorre fare anche in fretta.

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