Brodo di coltura

20 Settembre Set 2013 2002 20 settembre 2013

La saga del buon senso

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Il buon senso. Con queste tre parole inizia il "Discorso sul metodo" (1637) di René Descartes - sottotitolo: "Per ben condurre la propria ragione"-, ossia l'opera costitutiva del razionalismo moderno. Le bon sens (da pronunciare con la "s" sonora), sì. Descartes diceva che era la cosa meglio distribuita ( !) nel genere umano, e altro non è che "il potere o la facoltà (puissance) di saper distinguere il vero dal falso".

Forse se ne ricordò il barone d'Holbach di questo buon senso  quando volendo fondare i suoi principi di incredulità religiosa (altrimenti, ma non da lui, definita ateismo) intitolò la sua opera più divulgativa di tali principi proprio "Il buon senso" (1770), come dire, bastano principi basilari di cautela e di raziocinio per non bersela.

Sicuramente non sfuggì a Manzoni il carattere di precettistica elementare da far valere nella vita di tutti i giorni quando avverte che "il buon senso se ne sta nascosto per paura del senso comune"  (cap. XXXII, Promessi Sposi.) Infine Franc-Nohain che al buon senso dedicò un saggio nel 1932, "Guida al buon senso", avvertiva: "Ha funzioni di freno e non di motore. Non è lì per impedirci di fare grandi cose, quanto di  commettere sciocchezze. Si denuncia il ruolo sterile del buon senso, come un nemico del rischio. Ma esso è come il bilanciere per l'acrobata... E anche nelle imprese più audaci: per elevarsi verso il cielo bisogna aver toccato la terra. E' innato (!), il buon senso, e funziona come un sesto senso ecc ecc... ".

Eppure, ovunque vi giriate vedrete che lo trovate appoggiato al muro, come quel bilanciere di cui si diceva, totalmente ignorato dagli acrobati della vita che vi sono caduti addosso.

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