Brodo di coltura

23 Settembre Set 2013 0830 23 settembre 2013

Italia e Germania, un piccolo confronto

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In un momento in cui il confronto fra i due Paesi è così avvilente  per noi impantanati in una crisi senza fine, che non è solo politica o economica, ma forse antropologica - di "un modello di uomo nazionale" parrebbe-,   non vale ancor più il giochino di aspirare ad essere come loro (elezioni in dieci ore, governo certo, stabilità politica impressionante), desiderare  ossia bovaristicamente  di  essere tedeschi o inglesi.  Perché innanzi tutto  "gli inglesi stanno in Inghilterra e gli anglomani in Perù"  e perché è  impossibile rinunciare ad essere noi,  in quanto si è italiani "così come si respira" (sulla scorta di  Paul Valéry che invece sospirava:  "On est français comme on respire!") .

Però resta la domanda in sottofondo, lancinante, insoddisfatta. Ci sarà una ragione perché la Germania è la Germania e l’Italia è l’Italia? Perché altrove riesce facilmente ciò che per noi è praticamente impossibile?  Ma cosa sarà mai questa Germania?

Un sistema socio-economico che gira a velocità sostenuta e che non perde energia. Un motore perfetto nel paese che li ha inventati i motori. Questo sembrerebbe  la Germania. Non occorre frequentarla molto, ma basta, nei viaggi che si è fatti, interrogare qualche amico tedesco e fare le domande basiche. Come vengono rilasciate le concessioni edilizie? Come vengono assunti i postini? Qual è il processo di selezione  all’Università o in una grande “Firma” (parola "tedesca" per indicare Ditta)? Ed è vero che i sindacati sono molto influenti? Sì,  ma alla luce del sole (Mitbestimmung),  mentre da noi stanno dietro le quinte e controllano  banche  e interi comparti della Pubblica Amministrazione in maniera subdola  (con rinascimentali "pugnali e veleni") , e piazzando con l’intrigo i loro uomini ai vertici, e quasi sempre non i più bravi, ma solo i più fidati.

Da noi, scriveva poco tempo fa  Piero Ostellino (un “liberale superiore” lo definirebbe il Dostoevskij sarcastico dei “Demoni”) grazie alla duttilità cattolica abbiamo tollerato il crimine e l’ evasione fiscale e l’abbiamo sfangata ugualmente, piaccia o non piaccia. Un ragionamento a pera, senza dubbio, che parte dal principio dell’accettazione cinica dell’esistenza o dalla massimizzazione dei vizi nazionali e avendo come presupposto logico una concezione elitaria della società, ovvero un gran numero di derubati e uno piccolo (una élite appunto) di ladri, perché se tutti passassimo il tempo a rubarci il portafoglio l’un l’altro non resterebbe nessuno a cui rubare.

Prima che lo scrivesse  Nietzsche era stato Alberto Magno  a dire che la felicità di un uomo è “diventare ciò che è”.  Diventare für sich ciò che è an sich, in modo che l ’in sé e il per trovino felicità dialettica di realizzazione. (Perdonatemi: sono così avvilito come italiano che mi lascio andare a questi moti di “idealismo trascendentale”). Ed è così, probabilmente, che ciascuno in Germania raggiunge un proprio posto nella società e nell’economia e il sistema non perde energia. Una continuità evidente nel pensiero tedesco (impressionante la "compattezza" tedesca anche in filosofia). Ma se da noi, in Italia, siamo tutti un po’ come nella poesia di Montale “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”  come pretendiamo di sfangarla sino alla fine? Toh, ci sarebbero i tedeschi a cui chiedere di pagarci il debito con gli Eurobond.

Però non si riesce a capire perché facciano così tanto i difficili.

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