Brodo di coltura

25 Settembre Set 2013 1704 25 settembre 2013

Notizie da Lumìa - La base morale di un paesino costiero ionico

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Nel paesino della riviera  ionica siciliana da me prescelto -  in virtù della straordinaria luce che vi si irradia  in qualsiasi giorno dell’anno  e del  colore del suo mare  turchino -  per trascorrervi  le mie estati di emigrato al Nord, ho avuto modo di constatare con la mia osservazione partecipata di antropologo dilettante, ciò che Banfield nel suo straordinario saggio sul familismo amorale chiama la moral basis  di una comunità ("The moral basis of backward society" è il titolo originale del suo libro).   Qual è la base morale di questo paesino che nella mia finzione sociologica ribattezzo con il nome di Lumìa in ricordo dei limoni che una volta vi si coltivavano? Uno straordinario individualismo atomistico, una diffidenza arcigna verso il forestiero, una incapacità assoluta di organizzarsi e di pensare collettivo (salvo che per le feste magico-sacramentali  delle  Madonne venerate nel luogo e  che danno vita in estate a  riti  vecchi e stanchi, più un omaggio alla tradizione che un sentimento vivo e profondo), una tristezza di fondo degli abitanti dipinta su loro visi pallidi e spenti (i locali non vanno mai al mare che ignorano). I negozianti non sorridono mai e  hanno una sola espressione come le figure nei bassorilievi egizi.  Io mi sono divertito a chiamarli con nomi funerei o horror: Tutankamon, Nosferatu, Frankestein, Belfagor (lo sceneggiato televisivo per chi se lo ricorda).

Tale  postura dei negozianti mi ha colpito fin dal primissimo giorno. Ho interrogato sul tema l’intellettuale del luogo, un vecchio maestro di scuola elementare  che si diletta a scrivere di glorie locali e che ha passato, indenne, la sua giovinezza  a Brescia. Mi ha risposto facendo leva su una sorta di positivismo storico (un mix tra le due scuole di pensiero che in Italia si sono  combattute,  lo storicismo e il positivismo appunto) che probabilmente è rimasta nel precordio degli abitanti la paura delle scorrerie dei saraceni, da qui quella diffidenza verso lo straniero e quei volti accigliati. Invero il paesino, come molti delle coste meridionali, in Calabria soprattutto, stanno sul mare ma sconoscono l’elemento: non hanno marineria, non hanno spostato le attività sul lungomare (ritenuto il luogo dei forestieri, ossia dei proprietari di seconde case),  hanno la chiesa con il campanile e la facciata non rivolti al mare, e  per soprammercato, le panchine del lungomare  danno le spalliere al mare  Ionio. Gli abitanti sono infatti dei contadini con il mare.

Quella base morale a cui alludevo, quella incapacità a organizzarsi e ad associarsi, lo ricordo, è per  Edward C. Banfield motivo di  mancanza di autogoverno e ragione di  sottosviluppo - ai tempi del sociologo americano si usava il termine più compromettente di “arretratezza” backwardness, che presuppone una comparazione implicita con società più avanzate. Guai a fare comparazioni mi hanno insegnato le  chiacchiere in società e la frequentazione di social network! Qualcuno si offende sempre.

Banfield stabilisce una equazione tra associazionismo e democrazia (sulla scia di Tocqueville), tra tono della società civile e ceto politico, tra democrazia ed economia.

«Non si può attuare un sistema economico moderno se non si sa curare e mantenere in vita un’organizzazione professionale; in altri termini, più elevato è il livello di vita che ci si propone di raggiungere, tanto più risulterà indispensabile l’organizzazione. L’incapacità di organizzarsi costituisce ugualmente un ostacolo al progresso politico: infatti proprio dalla possibilità di coordinare, in relazione ai problemi di interesse pubblico, le linee di condotta di un gran numero di persone dipende, tra l’altro, l’attuazione di forme di autogoverno. In breve, i medesimi elementi che concorrono alla formazione di un’associazione ai fini economici, concorrono altresì alla formazione di associazioni di carattere politico».

Ora, com’è come non è, nel paesello di luce e di mare della riviera ionica siciliana qualcuno ha avuto l’idea, l’iniziativa stavo per dire in un luogo dove ogni spirito di intrapresa  sembra morto e sepolto, di costruire un hotel a quattro stelle. Proprio sul lungomare.  Taccio sui  miei sospetti,  di uomo che crede di conoscere  la società meridionale, sull’origine dei capitali per una intrapresa di questo genere: l’hotel è davvero imponente. Accetto  per amor di patria fra tutte le chiacchiere che circolano in paese solo quella che dà  l’imprenditore  già proprietario di altri hotel nella Perla dello Ionio poco distante e che pertanto ci può stare che sia avvenuta in tal modo la sua “accumulazione originaria del capitale”, come avviene ossia  in società più evolute dove merito e capacità ti portano l’uomo dallo spillo al milione. E che diamine! Non tutto è mafia in Sicilia.

Ciò che mi ha lasciato del tutto esterrefatto è stato, però,  che attorno alla costruzione dell’albergo non si è innescato alcun fervore della cittadinanza, neanche quello altalenante, pigro e a tratti eccitato di chi vuole scacciare con quel progetto la noia dell'inerzia e della pigrizia e della  conseguente caduta nel  lamento che circola nelle pagine a me care  degli “Anni perduti” di Vitaliano Brancati attorno alla costruzione di una enorme torre panoramica nella città di Natàca, e che si replica attorno all’organizzazione di un grande ballo nel romanzo “Sogno di un valzer” o che c’è, per toccare cime superne letterarie,  nell’organizzazione dell’Azione parallela de “L’uomo senza qualità “ di Robert Musil.

Macché  torre panoramica, che sogno di un valzer, che genetliaco dell’Imperatore! Qui è stato, lungo tutto il tempo della costruzione  e la messa in esercizio dello stabilimento alberghiero, un ridacchiare e infossarsi nelle spalle: sul numero  esagerato delle stelle dell’hotel, sull’assurdità di una costruzione del genere in un paese dal lungomare fetido e cadente (il lungomare dei foresti, beninteso che “loro” non cureranno mai perché non gli appartiene), sulla falsità dei giudizi e dell’alto punteggio che appare nei siti web specializzati nella prenotazione on line degli alberghi, sull'assoluta inanità dell’impresa. Talché: “L’hotel è fallito!”, o “l’hotel è sull’orlo del fallimento!” passa di  bocca in bocca come un tormentone con evidente Schadenfreude, con gioia delle disgrazie altrui.  Ché questa gioia sinistra è  lo scopo ultimo della fallita società meridionale: non io, ma neanche tu, o meglio: neanche tu, perché non io, stronzo!

Cosa può spingere la  comunità  di Lumìa a irridere ogni iniziativa economica, ogni intrapresa,  ogni spirito animale di riuscita economica  se non quel desiderio cupo, intriso di fatalismo, di obbedienza cieca al destino, di succubanza al tradizionalismo più soffocante, di neghittosità atarassica, di voglia scellerata di abbassare il mondo intero alla propria inedia e inadeguatezza (tutti con la rogna di vivere  dobbiamo stare!), quella  demopsicologia o altrimenti detta mentalità o quella  base morale dalla quale siamo partiti che sta al fondamento delle società arretrate e che non solo non le fa sviluppare ma le strozza sempre più come in quella forma atroce di dare la morte inventata da  queste parti dell’incaprettamento? Che più ti muovi e più ti strozzi?

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