Brodo di coltura

23 Ottobre Ott 2013 1112 23 ottobre 2013

Una società evangelicamente povera

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John Toland, un libero pensatore irlandese  del ‘700 (autore del libro “Il Nazareno”,1718,  uno studio  deista di Gesù e del primo cristianesimo ripreso  ampiamente da d’Holbach nel suo “Storia critica di Gesù Cristo”, 1770) ricordava che i primi cristiani si chiamavano Nazareni. Li si ritrova designati anche con il nome di Ebioniti, derivante dal termine ebraico che significava mendicante, miserabile,  povero. Gli ebioniti perlopiù abitavano a Nazareth cittadina da cui presero il nome appunto di nazareni (secondo d’Holbach). Tutti sanno che nel  XIII secolo   Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman, che si riproponevano di far rivivere il cristianesimo delle origini, fondarono degli Ordini di monaci mendicanti, votati a vivere soltanto di elemosina come gli apostoli e come il Nazareno,  a essere dei veri Nazareni.

Il mito della povertà evangelica è un mito regressivo, prestigioso quanto avvilente (spinge tutti verso il basso) a cui la Chiesa non si è mai piegata nei fatti pur inseguendo e additando ossessivamente (secondo il principio freudiano del “più reprimi e più rinfocoli”)  tale mito fondativo delle origini.  Fortunatamente occorre dire che non vi si sia piegata nella pratica corrente, perché saremmo da tempo una società di stracciaculi e non avremmo visto neanche un marmo policromo di San Pietro. Ma il mito regressivo torna spesso  con il suo fascino prestigioso, e coniugato con le ultime proposte della filosofia prêt-à-porter (decrescita felice), irretisce sempre più menti e cuori. A una società di ebioniti ci stiamo peraltro avviando nel segreto giubilo di molti, solo che non si capisce perché i TG esibiscano quell’aria rattristata quando parlano dei pensionati che ravanano nei cassonetti della spazzatura alla ricerca di qualche torsolo di cavolo. Non era ciò che evangelicamente si voleva?

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