Brodo di coltura

13 Novembre Nov 2013 0903 13 novembre 2013

La straordinaria prevalenza del comico. Usi e abusi del ridere in Italia

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La comicità italiana è per tradizione giocata sui registri basso-mimetici della corporeità e della beffa pesante. C'è una linea retta che collega Calandrino, via Bertoldo, al Pierino delle supplenti e delle dottoresse dei distretti militari. Questa comicità, per intenderci, genera risate di pancia più che di testa ed è stata per lungo tempo la forma nazionale privilegiata del ridere.
Poi pian piano grazie a innesti e suggestioni provenienti anche dall’estero il nostro ridere è mutato. Si è dovuto attendere Achille Campanile, Marcello Marchesi  (quello delle formiche che nel loro piccolo...) o Stefano Benni per poter ridere con la parte superiore del corpo.

Senza voler fare una tassonomia rigorosa del ridere italiano (c’è forse un modo di ridere da Roma in giù e uno da Roma in su) si può dire che il comico, grazie alla televisione, s’è uniformato ad un registro medio. Ma quale registro esattamente? Quali pedali e quali tastiere esso aziona? Non quel riso diminuito che è la freddura; non quell'articolo per inglesi che è l'humour sottotono; non quell'umorismo a chiaro scopo di scherno e di vilipendio che è la satira; non la facezia prolungata dell'one man show (alla Beppe Grillo); non il grottesco caricaturale, come una maschera di carnevale, che nel momento in cui deforma il reale lo cattura; non il "cazzeggio" giovanile, nobile arte italiana del ridere in cui un gruppo di amici in circolo prende di petto un argomento e a turno, in virtù di tutte le postille, le esagerazioni e le variazioni ipotetiche riportate da ciascuno, giunge a cavarne il comico fino all'estenuazione. Non tutte queste cose singolarmente ma tutte insieme sapientemente miscelate fanno oggi il comico, soprattutto televisivo,  in Italia. Decisamente un progresso rispetto alla beffa d'antan.

Si può dire che il comico italiano di oggi (inteso come persona e come categoria concettuale) tenda pertanto alla battuta, che non è precisamente  il witz freudiano che attinge all’inconscio, cosa che presuppone una psicologia del profondo in un popolo abituato da secoli invece a vivere del tutto in superficie, ma una specie di elettroshock della mente che spesso mentre scatta un flash sulla realtà, ci acceca. E non ce  la fa comprendere. Sono nati  dei siti web intitolati coi nomi di filosofi per nulla disposti al riso (ma persone deputate a farci comprendere il mondo), che di mestiere fanno questo: stilano battute a getto continuo e queste talvolta vengono rubate dai comici di professione e talora girano in maniera virale in Rete come un morbo dello spirito che porta alle estreme conseguenze quell’attitudine tutta nazionale, rilevata da Leopardi, alla raillerie e al persiflage(niente paura, leggete più avanti).

Domanda: i comici fanno pensare o piuttosto esimono dal pensare? Senza tacere che se castigat ridendo mores, quando i comici andranno al potere chi castigherà i comici?
Non amo i comici come opinion leader, s’è capito. Non parlo solo di Grillo, che comico non è più, ma persona serissima e per certi versi anche piuttosto spaventevole. Parlo dell’attitudine tutta italiana di inserire i  comici e le battutine in tutti i contesti e di delegare a costoro e alle loro freddure il compito di pensare. Che non può essere dato dallo sciacquone tirato dalla risata, ma dal pensiero logico-discorsivo, dalla riflessione, dall’analisi seria come ognun sa o dovrebbe sapere. C’è in Italia una tendenza a confondere le minchie delle risate coi padrenostri delle cose serie. Personalmente vorrei tenere separati i due ambiti, è come se il jolly  prendesse il   posto di Re Lear: sarebbe un bene per molti (forse una festa per tutti e un’occasione privata, nel casino, per annullare le responsabilità o nascondere i malloppi) ma non è la tragedia a cui aspiro. Perché i drammi ci accadono ma le tragedie ce le dobbiamo meritare come tutto ciò che è grande.

Senza dimenticare che il ridere spesso da noi non è che una forma di sopraffazione, ossia la versione ridanciana tutta nazionale di  quell’ «animalesca sete di godimento» di  quello «spirito di sopraffazione, che sono i caratteri più vistosi della tradizione sociale italiana». (Gramsci)

E infine, occorre riprendere quella pagina del Discorso sopra i costumi presenti degli italiani di Leopardi che metteva il nostro ridere in connessione con il nostro cinismo, col nostro spirito di sopraffazione, con la nostra assenza di “conversazione” , termine tutto settecentesco di cui s’è persa l’originale pregnanza semantica che non vuol dire solo scambio pacato di opinioni con rispetto dei turni ma anche socievolezza, buone maniere, saper stare al mondo.

In Italia il più del riso è sopra gli uomini e i presenti. La raillerie il persiflage
colle parole, più di alcun’altra nazione. Il persiflage degli altri è certamente molto più fino, il nostro ha spesso e per lo più del grossolano, ed una specie di polissonnerie
, ma con tutto questo io compiangerei quello straniero che venisse a competenza e battaglia con un italiano in genere di raillerie. I colpi di questo, benché poco artificiosi, sono sicurissimi di sconcertare senza rimedio chiunque non è esercitato e avvezzo al nostro modo di combattere, e non sa combattere alla stessa guisa.
[…] Gl’italiani non bisognosi passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue. Come altrove è il maggior pregio il rispettar gli altri, il risparmiare il loro amor proprio, senza di che non vi può aver società, il lusingarlo senza bassezza, il procurar che gli altri sieno contenti di voi, così in Italia la principale e la più necessaria dote di chi vuol conversare, è il mostrar colle parole e coi modi ogni sorta di disprezzo verso altrui, l’offendere quanto più si possa il loro amor proprio, il lasciarli più che possibile mal soddisfatti di se stessi e per conseguenza di voi.

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