Brodo di coltura

21 Novembre Nov 2013 1149 21 novembre 2013

Il caos del Pd e il "metodo democratico"

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“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Art. 49 Costituzione

La parola che accompagna spesso il Pd nella sua rappresentazione pubblica è “caos”.  Strumentalmente occorre dire perché l’idea di trasmettere una immagine di perenne conflitto  nel campo dei democrat è troppo ghiotta per chi ha potere di manovrare gli strumenti di comunicazione di massa. Ma invero l’immagine non è lontana dalla realtà. Però bisogna intendersi. C’è caos perché il partito discute sempre e comunque o c’è caos  piuttosto perché esso appare (o  è) acefalo,  e quindi sempre in balia di quella che veniva chiamata all’inizio del ‘900 la “logomachia delle tendenze”, ossia la battaglia verbale ( e non solo)  delle correnti che impedisce di determinare  un “manico” forte che decida una buona volta? Ma poi: cos’è il “metodo democratico”? Nei fatti la formula è ambigua. Si sottintende  forse che ogni  decisione del partito vada presa  sottoponendola a discussione ed  elezione?  Una specie di Svizzera permanente? Ma allora il Pd sembrerebbe sulla buona strada; solo che, a differenza della Svizzera, non ha trovato il metodo istituzionale per arginare quella logomachia delle tendenze o per ridurla a un solo volere.

Innanzi tutto bisogna  dire che il Partito democratico è l’unico che ha mantenuto (orgogliosamente o temerariamente) la dicitura di partito e che aspira a organizzare la propria azione politica espressamente come partito. Tutti gli  altri partiti (ché ne fatti tali  sono) hanno rinunciato alla parola-definizione e organizzano la propria vita politica in altro modo. Essi, furbescamente come dei Tartuffe di Molière, hanno rinunciato alla parola “partito” da mettere in esergo alla  loro parte o fazione per la semplice ragione che tale parola era  screditata dall’usura nella Prima Repubblica ove la politica s’era trasformata nella esecrata partitocrazia e nel “teatrino della politica” sommamente detestata dagli italiani pratici e con il senso del fare. Occorre anche aggiungere che  le altre formazioni politiche hanno rinunciato alla parola ma non alla cosa, nei fatti essendo delle “parti” o dei “partiti” della politica nazionale, solo che aborrono dal presentarsi come tali. Da SEL ai radicali al movimento dei grillini, alla Lega,  al partito ieri Pdl oggi Forza Italia, la parola partito è semplicemente sparita e con essa  il “metodo democratico”.

Sono dei partiti personali si dice, o dei partiti carismatici, scomodando Max Weber; ma se tali sono, nei fatti nascondono la forma-corte essendo la corte il modello in cui si organizzava il consenso prima che con la rivoluzione inglese e quella francese nascessero i partiti nell’accezione moderna.  I partiti personali sono delle Versailles dove c’è un Re-Sole che comanda graziosamente attorniato da stelle (l’immagine è classica)  che acquistano  visibilità o vengono  in auge (da dove, ricordo, origina la parola latina di auctoritas, dunque visibilità e potere) a seconda del grado di vicinanza al monarca, sia esso Pannella, Grillo-Casaleggio, Berlusconi, Vendola, oggi non si sa se Maroni o Bossi, una volta Di Pietro (che non ne azzeccava una nella scelta delle sue stelle). Tutti gli altri organi statutari (per chi ce l’ha lo statuto, perché c’è chi esibisce  orgogliosamente un non-statuto come nella Alice di Carroll c’è un non-compleanno)  in questi partiti-non-partiti sono in ombra o non funzionanti salvo riemergere nei momenti di crisi della leadership del monarca di turno:  è successo con la crisi di Fini nel Pdl e oggi con Alfano, ma in tutti gli altri partiti avviene qualcosa di simile. Per esempio i Radicali italiani organizzano periodici congressi eleggendo un segretario o portavoce che spesso altro non è che un re merovingio ossia un re fantasma che viene manovrato dal vero comes palatii (conte di palazzo), Pannella, che può decidere di non farlo contare con un semplice ringhio.

Ma ritorna la domanda:  il “metodo democratico” invero in cosa consiste?  Se diamo uno sguardo alla vita dei partiti della prima repubblica vedremo che tutti i partiti di allora esibivano  un leader spesso chiamato con un termine rinascimentale segretario, uno statuto, dei congressi periodici, degli organi statutari (Direzioni, comitati centrali , federazioni ecc) e un radicamento fisico sul territorio attraverso le sezioni dove dialogavano con il popolo dei credenti né più né meno come santa madre Chiesa faceva con le parrocchie e con i suoi fedeli.  Ma nei fatti, ad esclusione della Dc che era organizzata in correnti visibili a occhio nudo in occasione dei Congressi,  e con una notevole e variopinta  logomachia delle tendenze, negli altri partiti esisteva un modello di leadership molto centralizzato (il centralismo democratico veniva definito molto ipocritamente) ove c’era il leader e il suo entourage che perpetuava il modello-corte, con i suoi capricci e le sue crudeltà, e con la stessa opacità di una corte. Si veniva in auge o si usciva da essa anche ad nutum, per un solo cenno del capo del leader,  cui non era piaciuto un articolo nella stampa di partito, o per pura antipatia personale o perché le correnti cui si apparteneva - che pure c’erano ma erano nascoste-  avevano perso potere.

La difficoltà in cui si dibatte il Partito democratico nell’organizzare la sua nuova forma-partito (qualcosa che reca in sé la logomachia delle tendenze della vecchia Dc, ma aspira al centralismo democratico come il vecchio Pci) è insita nella formula ambigua della Costituzione di “metodo democratico” e nella difficoltà ontologica, della democrazia in sé ossia, di esprimere una auctoritas (si chiama anche leadership) stabile, riconosciuta, decidente e di non farsi abbattere da essa una volta che è riuscita ad esprimerla. In poche parole come si forma una autorità in un organismo democratico? Qui viene in soccorso lo studioso dei partiti politici Robert Michels, il quale già nel 1911 (ai tempi in cui venne coniata la formula “logomachia delle tendenze”) aveva formulato la ferrea  legge dell’oligarchia. Ossia accade che in qualsiasi organizzazione orizzontale (la società dei perfetti liberi ed eguali dove uno vale uno) viene a selezionarsi   una leadership  che decide e che comanda in obbedienza a «quella legge sociale universale» della impossibilità tecnica di un governo senza separazione tra governanti e governati. Ciò premesso: come dovrebbe avvenire la selezione di un capo e di una élite, oggi? Il Pd ha tentato o sta disperatamente tentando di istituzionalizzare la formazione di  una leadership legittima  attraverso lo strumento nuovo delle Primarie e quello vecchio dei Congressi, gli altri partiti nemmeno ci pensano finché hanno un monarca e una corte.

Ma occorre essere sinceri: non c’è un “metodo democratico”funzionante bell’e pronto che riesca cioè a selezionare la qualità nella quantità:  bisogna ancora inventarlo. È ancora tutto da inventare  un metodo  che garantisca la qualità delle élite (magari attraverso la cooptazione) e la democraticità delle masse, che eviti il modello-corte e che schivi il caos permanente. Ma per agire in questa direzione occorrerebbe davvero portare la fantasia al potere, fare uno sforzo particolare di immaginazione politica, immaginazione che neanche il Sessantotto con le sue utopie e partendo da assemblee democratiche e finendo nei vari capetti e leaderini,  è riuscita a insediare sul trono della democrazia decidente.

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