Brodo di coltura

27 Novembre Nov 2013 2345 27 novembre 2013

I piaceri dell’erudizione

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In un'intervista ad Alessandra Farkas per l’inserto “La lettura” del “Corriere della Sera" l’intellettuale americana Camille Paglia dice: “Io insegno a Filadelfia perché qui c'è una delle pochissime istituzioni che continuano a credere nelle arti in un'America dove la mancanza di rispetto per l'erudizione è diffusissima”. Non so quale termine abbia usato Paglia nella sua lingua. Forse voleva dire genericamente “cultura”, “apporfondimento colto” o qualcosa del genere. Ma ammettiamo che abbia voluto dire proprio “erudizione”.  In genere non si ha una buona opinione  dell’erudizione, nella  nostra visione corrente spesso associata a figure di pedanti e di buffi don Ferrante, di intellettuali grevi e privi di brillantezza o senso critico.  Una mia amica mi  dice: Il confine tra la cultura e l'erudizione passa per la personalità. Se la cultura diviene pedanteria, è insopportabile. E' il culturismo dell'intelligenza.

Ma non sempre è così. Tutt’altro.  L'erudizione è il normale e talora necessario approfondimento di un autore, un'idea, un concetto, anche una parola (un  mio  conoscente ha fatto una ponderosa e poderosa tesi  sul termine "logos" nella cultura greca: hai detto paglia!). L'erudizione è quel necessario pozzo da cento metri rispetto ai nostri cento pozzi da un metro, quel "tutto di qualcosa piuttosto che qualcosa di tutto", come argomentava Pascal: un necessario approfondimento, perché fatalmente  il nostro sapere è quasi tutto "superficiale" e  di seconda mano. È difficile infatti, anzi  impossibile leggere tutti i grandi romanzi della letteratura universale, tutti i saggi fondamentali di psicoanalisi o di critica letteraria, i  grandi testi mitologici, tutto Hegel e tutto Nietzsche, studiare le fonti della storia romana, russa o americana, tutti i padri della Chiesa, il mondo antico e l'ellenismo, breve:  avere una padronanza approfondita totale di un settore del sapere o un momento cruciale (e lo sono tutti) della storia umana.

L'erudizione consente invece di  sottrarci una volta tanto al “sentito dire” - l’ouï-dire  di Rabelais-, al luogo comune, all'idea ricevuta, e di essere noi l'autorità mondiale di quell'argomento. Poiché il sapere è vasto e la vita fatalmente breve, sappiamo che possiamo concederci  l'approfondimento erudito solo per alcuni argomenti, ahimè, e per tutti gli altri affidarci ad una divulgazione di buon livello, che pertanto andrebbe lodata pubblicamente per il buon servizio fornito alle conoscenze di tutti noi.

Diceva l'autore che ho approfondito di più, Gustave Flaubert: "L'erudizione è cosa rinfrescante. Come rimpiango spesso di non essere un dotto, e come invidio queste calme esistenze passate a studiare zampe di mosche, stelle o fiori!".  Flaubert , come sempre sottilmente ambiguo,  mostra ammirazione e leggero sfottò per le conoscenze fisse e un po’ fesse. Chi ha scritto queste cose è anche l'autore, spassosissimo  e acuto, del "Dizionario dei luoghi comuni"! Sapeva che solo un serio approfondimento può sottrarci  a quelle verità provvisorie che sono i luoghi comuni e i suoi succedanei: le idee ricevute, le idee chic, il sentito dire, la leggenda metropolitana.

Fino a quando il nostro  approfondimento erudito non diventerà a sua volta luogo comune e “sentito dire”.

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