Brodo di coltura

23 Dicembre Dic 2013 2212 23 dicembre 2013

Il cappuccino e il mercatino rionale

  • ...

«Spesso, le singolarità di un piccolo avvenimento, di una parola, esprimono, non già una particolarità soggettiva, ma un tempo, un popolo (corsivo mio), una civiltà in modo conciso e vivacemente intuitivo». Così scriveva Hegel nell' Enciclopedia delle scienze filosofiche. Pochi hanno riflettuto sul carattere straordinariamente simbolico del “cappuccino” (sì, la bevanda servita nei bar italiani) in relazione al carattere nazionale italiano. Il cappuccino assomma in sé alcune caratteristiche: innanzitutto l’elemento di civilizzazione culturale cattolica italiana. La bevanda fa riferimento all’ordine francescano dei Cappuccini (cappuccino è il famoso fra’ Cristoforo dei Promessi Sposi) molto popolare nel nostro Paese, e reca con sé se non un principio di irrisione, certamente una bonaria, ma non tanto, presa in giro: il cappuccino-bevanda richiama scopertamente il colore caffellatte del saio dell’ordine francescano mentre la schiuma la barba bianca che solevano portare i frati. Gli italiani d’altronde hanno irriso, con forme di anticlericalismo gastronomico, anche i preti secolari, dedicando loro qualche piatto: “strozzapreti”, e chiamandoli non molto affettuosamente “bagarozzi” (“scarafaggi”, a Roma, per via del colore nero dell’abito talare).


In secondo luogo, il cappuccino richiama il carattere furbesco e un tantino fraudolento dei connazionali. La schiuma infatti nasconde un principio di frode, è sì la “barba” del frate, ma anche un netto risparmio sul latte... Ciò, nell’Italia povera di sempre, aveva un suo impatto nelle tasche dei gestori dei bar, oggi è puro e gradevole folclore. Ma non era così agli inizi quando il cappuccino venne inventato. Cattolicesimo, inventiva furbesca e frode: non ci sono già gli italiani tutti interi e appena svegli, in questa gustosissima e italianissima bevanda?

Il mercatino rionale è l’epitome di alcuni tratti del carattere nazionale italiano. Si svolge all’aria aperta come molti riti collettivi nazionali, è inondato quasi sempre dalla forte luce meridiana del “Sole mio”, è variopinto e vociante, ma è anche il luogo in cui si celebra in modo esasperato la furbizia dei connazionali, sia venditori che compratori. I primi in veste di carnefici i secondi in quelle di vittime, spesso consenzienti. Nel comparto dell’ortofrutta si giunge a forme esasperate di furbizia da parte dei venditori. Innanzi tutto la merce è disposta sulla bancarella con il prodotto più appariscente e in buono stato in bella mostra (in siciliano si dice che i venditori “fannu ‘a mustra”, da pronunciare ovviamente con la pronuncia retroflessa nel gruppo “tr”). È quindi impedito al compratore di fare da sé, ossia di scegliere il prodotto che meglio gli aggrada. (Non così avviene nei supermercati, ma anche nei mercati rionali francesi, dove viene offerto al compratore un cestino per il self- service). I venditori hanno infatti una sola preoccupazione: “rifilare” ai compratori quel 20 per cento di merce avariata che fatalmente loro hanno ricevuto in dote dal grossista. Il gioco è così esasperato, la destrezza del commerciante così tattile e veloce, da prestidigitatore quasi, che l’acquirente difficilmente si avvede di ciò che avviene sotto i propri occhi, salvo scoprire l’inganno una volta giunto a casa. Taccio dell’arte sopraffina del buon venditore di infilare nel cartoccio il 20 e talora il 30 per cento in più della merce richiesta: in fondo fa parte delle regole del gioco e della sua consumata arte di venditore, lecita dopotutto o comunque tollerabile, anche se inibire tali comportamenti al destro venditore talora richiede al secondo una incessante attenzione e una vigilanza esasperata, pari all’invadenza del primo.
L’acquirente- vittima italiana, di fronte al gioco pesante del venditore, in genere si fidelizza da sé: sceglie il venditore di fiducia: in altre parole si “raccomanda”. Ciò non toglie che l’implacabile venditore non lo sacrifichi di tanto in tanto. Così, giusto per ristabilire le regole del gioco, che vedono in lui il dominus incontrasto, il sadico complementare al masochista.
Il mercatino sta al supermercato come il pre-moderno mercato pre-capitalistico alla concezione moderna,weberiana, del mercato capitalistico. È umano, colorato, popolare quanto il supermercato è anonimo, asettico, di massa. Nel primo agisce il popolo arcaico di sempre, nel secondo la massa consumistica novecentesca. C’è nel supermercato razionalità e calcolo, divisione del lavoro e contabilità industriale; è più macdonaldizzato, come direbbe Ritzer, più spietato certamente, ma più sincero. Dice ciò che dice, è wysywyg si direbbe nel mondo dei computer (what you see is what you get), e mette nelle tue mani il prodotto, lasciandoti la signoria del volere. Certamente nel supermercato il lavoro di irretimento e di menzogna è occulto e scientifico (musichetta ipnotica e suadente, disposizione degli scaffali, disposizione della merce sugli scaffali, prezzi civetta, “gioco dell’oca” alla ricerca del sale e dello zucchero spesso nascosti ad arte per indurre il consumatore a perlustrare tutta la merce in esposizione, ed altre amenità), ma almeno ti risparmia la furbizia e la finta cordialità. Il mercatino ti dà del tu, il supermercato del lei. Io, da tempo, ho scelto weberianamente il secondo.

Correlati