Brodo di coltura

22 Gennaio Gen 2014 1604 22 gennaio 2014

Informazione operistica - Sangue e arena nei talk show televisivi italiani

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Gli studiosi di cinema sostengono che il nostro genere “spaghetti western” nei fatti altro non è che un “operatic western”, ossia il rivestimento con stilemi operistici (e con il gusto melodrammatico italiano) della tipica narrazione epica, nazionale e popolare, americana, generalmente pervasa da istanze veterotestamentarie, ossia con situazioni-tipo molto ricorrenti in cui il fuorilegge viene perseguito con inflessibilità protestante fino alla forca e il passaggio da una costa all’altra è narrato con l’epos palpitante e l’afflato biblico del libro dell’Esodo. Altro che il buono (tenore) il brutto (baritono) e il cattivo (basso). Lo studioso Michael Walzer sulle famiglie di significato dell’esodo biblico e del suo raccordo con le categorie spirituali del radicalismo politico ha scritto un libro originale (“Esodo e rivoluzione”, Feltrinelli 2004) mentre noi coi pasticci amministrativi inenarrabili dovuti a tecnici preclari, mai verificati prima alla prova dei fatti, abbiamo solo creato la categoria degli esodati. Prevarrebbero così nel “trattamento” cinematografico italiano del genere western solo i dati di contesto (gli indiani, i fuorilegge, i deserti finti dell’Andalusia) ma mancherebbe clamorosamente il testo drammaturgico o i motivi portanti del western classico americano legati soprattutto come si diceva a impianti narrativi di tradizione e icnologia protestante.

Analogamente l’informazione italiana soprattutto televisiva oggi, seguita a ruota da quella sul web coi suoi policromi titoloni bau bau rinnovati ogni quarto d’ora, si avvale di linguaggi spastici e dilatati, di drammatizzazioni operistiche e carnevalizzazioni cattoliche (barocche e quaresimali assieme, ossia con molta punizione alternata a divertimento) con molto trucco e parrucco, molti toni esagitati con eccessi di ceroni, bistro e sopracuti, e molte scene madri in cui a morire è il soprano, il tenore, il baritono, il basso, tutti, e la platea batte le mani soddisfatta, come si fa oggi anche ai funerali. Raramente strutture narrative forti con una esaustiva ricognizione dei fatti ma tanta rappresentazione scenica, drammaturgia teatrale e operistica, dunque.

Spesso sigle musicali ossessive (quella di “Piazza pulita” dà i brividi) o al contrario musiche evasive (sulla scia dei film di Moretti, graditissime le canzonette specie se balneari o scacciapensieri, ma anche il rock più di nicchia e dunque prestigioso per gli happy few è particolarmente scelto alla consolle da quelli di 'Report' ) precedono come preludi foschi o accompagnano come bassi continui fastidiosi, la rappresentazione in atto, dove, o in esordio o in mezzo o in chiusura di rappresentazione non manca mai il comico dell’Opera Buffa, che dovrebbe ridurre il voltaggio drammatico, a bella posta portato all’estremo dai conduttori, per poi essere consegnato caldo caldo alle “freddure” del comico, il quale non manca mai oramai neanche nei programmi naturalistici sugli svassi migratori o sugli gnu del Serengeti.

Nell’informazione televisiva – tralascio certi telegiornali dove le notizie sono un interludio tra un servizio sulla mostra canina e quello sul pitone scappato - parlo dei talk show, l’elemento di drammatizzazione spesso è dato dalla cavea dello studio televisivo ridotta ad arena dove il sangue è quello del poveraccio portato a testimone dolente del bordello Italia o del politico giustiziato sulla pubblica piazza. La narrazione-tipo, vera e propria funzione proppiana di questi speciali “sangue e arena” sembra essere questa: giornalisti benestanti vestiti da caritas, meglio con barbe incolte, visi e crani da ergastolani e jeans sdruciti, che aizzano popolani in difficoltà - con lo stipendio, il fisco, Equitalia, le tasse e l’ipotassi e le subordinate- contro il politico di turno: meglio se è l’ultimo arrivato e non c’entra niente con il passato malcostume, ma è dopotutto ciò che si merita o a cui egli segretamente aspira, visto che in ogni caso pur di apparire davanti alla boccuccia della telecamera, farebbe questo e altro, e prendersi i torsoli dell’Ambra Jovinelli televisiva è un piacere per chi sa che l’anonimato parlamentare non paga.

Quando il tono scema ecco che la telecamera zooma sul popolano incazzato: “facite a faccia feroce” sembra dire con la mimca inespressiva del domatore da circo il conduttore, che dall’esperienza giovanile di “Servire il popolo” non ha mai deflesso e anche adesso dal suo buen ritiro di benestante vara format in cui il popolo si possa ancora “servire”, facendolo sfogare, meglio se armato di forconi, richiama di più dal punto di vista iconico la pupulace del Museo Carnavalet a Pargi, quella della rivoluzione francese, e si sa, una quota di sanculotti non può mancare in qualsiasi rivoluzione che si rispetti. Non di rado davanti ad alcune momentanee impasse affiorano a galla ( a mo’ di riempitivo) veri soggetti teatrali con tipica gestualità da sceneggiata napoletana, e quando interviene la caduta degli zuccheri ecco che si provvede drammaturgicamente a inscenare veri e propri copioni dove “Isso, issa e 'o malamente” sono impersonati da attori che replicano “tutti i particolari in cronaca”. Pezzo forte dell’ operatic information è l’inseguimento della sgallettata o dello spettinato reporter del politico sfuggente sui marciapiedi invasi da autovetture di una Roma babilonese. Più il microfono è cacciato sotto il naso, più anfanante è la rincorsa del molestatore giornalista inquirente, più l’effetto-verità sembra incontrovertibile: non vuole rispondere, quindi è lui il colpevole…Raramente non dico si media ( ma sarebbe auspicabile) ma certamente non si spiega, non si argomenta, non si ricercano e squinternano tutte le cause, rarissimamente si approfondisce, e quando lo si fa l’urgenza è di correre all’arena con i referti ancora caldi da offrire alle belve degli ospiti in studio: e qui, vene gonfie del collo, occhi fuori dalle orbite, dita negli occhi, seggiole spostate come a teatro e vaffa clamorosi e abbandoni teatrali di scena, ma anche raillerie, persiflage (termini usati da Leopardi nel suo “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”), sfottò e presa per i fondelli , e mai rispetto dei turni di conversazione.

Ci si chiede: è possibile cambiare la formula della rappresentazione operistica? Magari chiamando qualche volta anche il popolo davanti al patibolo: quel popolo che finge gli incidenti automobilistici, che frega le posate nei ristoranti e le asciugamani negli alberghi, che lampeggia gli altri automobilisti per segnalare i controlli di polizia, quel popolo di coniugi con più residenze per evadere l’imposizione fiscale. Almeno tentare una sola volta e coram populo di sciogliere il Grande Enigma Italiano: non si pagano le tasse perché troppo alte, o le tasse sono alte perché non si pagano?

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