Brodo di coltura

14 Maggio Mag 2014 1501 14 maggio 2014

I Purissimi grillini. Un saggio di David Bidussa

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Il leader del Movimento 5 stelle Beppe Grillo.

La scena di qualche giorno fa del deputato pentastellato Fraccaro che si pulisce la manica della giacca dopo essere ivi stato toccato dal deputato Civati non è assimilabile a quella di puro avanspettacolo di Berlusconi che nel talk shaw di Santoro spolverava con candido fazzoletto prima di prendere posto la sedia dov’era seduto prima di lui Travaglio. No, in questo caso Fraccaro voleva pittoricamente marcare la propria distanza non solo politica ma antropologica dal deputato del Pd: dire con il linguaggio del corpo ciò che è ormai un mantra nei codici comunicativi del M5s: noi siamo altro, non abbiamo nulla a che spartire con questa gente: loro sono impuri e noi siamo puri, purissimi.

E I Purissimi (I nuovi vecchi italiani di Beppe Grillo, Feltrinelli) è intitolato il nuovo libro di David Bidussa dedicato al M5s. Bidussa poteva intraprendere ai fini dello studio del movimento la strada della sociologia, quella che si concentra sui movimenti collettivi; indicare con Francesco Alberoni per esempio che, nello stato nascente di un movimento che non vuol diventare né partito né istituzione, c’è sempre questa fase aurorale di rinascita dell’io, di rigenerazione, di purezza, di contrapposizione con il mondo, di fusione intima tra i sodali del movimento, di fratellanza, di uno- vale-uno, di riscrittura anche del calendario, di un 'avanti di noi' e di un 'dopo di noi', come c’è un avanti e un dopo Cristo. Se quella sociologica è la strada sincronica che individua il modello perenne, immanente in ogni movimento collettivo, si tratti del movimento anabattista o del Sessantotto, Bidussa sceglie invece la strada diacronica, quella storica, ossia di collocare il M5s, che si dipinge come movimento del tutto nuovo, nella vecchia storia italiana. Una storia che tuttavia sbocca nei “depositi “della lunga durata, del carattere nazionale, o, come si suole dire, quando si vuole evitare questa nozione così psicologistica di “carattere”, della sua identità. Nulla di nuovo sotto il sole italiano insomma.

In Italia quando si aggettiva un evento 'storico' spesso non significa che si è aperta una nuova fase verso il futuro, ma che probabilmente il passato ci è ricaduto nuovamente addosso come sempre. Siamo nella categoria del ritorno del sempre uguale, avverte Bidussa, del vecchio camuffato di nuovo o dell’antica/moderna fisionomia della società italiana, dove c’è una costante permanenza dell’antico nel moderno e col moderno e dove la struttura narrativa di base resta quella della “commedia all’italiana”: una struttura narrativa che è “prima di tutto uno stile, una forma del pensare e del pensarsi”. Il M5s si presenta con i caratteri del nuovo, ma è la vecchia Italia che esso rammemora. Questo offrirsi come puri nasconde forse l’esigenza strumentale di indicare in un nemico esterno, fuori di noi, l’origine di tutti i mali – la casta, la classe politica – ma anche soprattutto di offrire lo sbianchettamento della coscienza a chi per lungo tempo questa casta ha sostenuto ed alimentato. Impossibile immaginare che tutti gli elettori grillini, italiani come tutti noi, fossero puri anche prima, che aspettassero la parusìa del Comico per candeggiarsi l’anima, presentata strumentalmente mai connivente con la classe politica. Mai chiesto benefici ai politici, mai offerto il proprio voto in cambio di un favore? I Fiorito? Ce li avranno lasciati gli alieni?

Qui il M5s si raccorda con l’italiano di sempre: “un popolo di santi in lotta contro gli infedeli” . Che contrappone la facile formula del candeggio del “noi” puri contro “ loro” impuri e corrotti. Qui la struttura narrativa del movimento vira verso il complotto (molto belle le pagine di Bidussa dedicate a tale tema). Il complotto è un espediente narrativo che “isola” il nemico fuori di noi, di cui si ingigantisce la tentacolare dimensione e la torbida tenebrosità al fine di preservare il nostro candore, la nostra purezza, al fine di esaltare la lotta, anche, degli arcangeli sterminatori contro i demoni, di “noi” contro “loro”. Ma c’è ancora qualcosa di più profondo. È il rifiuto di riflettere sul proprio passato di singoli e di Paese: “fare i conti con la propria storia e con le pagine dolorose e drammatiche del proprio passato , anche recente, le cui propaggini si spingono sino alle soglie del presente, è possibile solo assumendosi la responsabilità degli atti, delle decisioni, dei comportamenti del proprio paese, anche quando atti, decisioni e comportamenti non riguardano le convinzioni della propria persona” .

Ma il MoVimento punta tutte le sue fortune su questa smemoratezza collettiva. Movenza troppo facile in un “Paese senza” memoria come avvertiva già negli anni ’80 Alberto Arbasino. La purezza consiste nel ritenersi mondi da ogni colpa. L’italiano di sempre - qui l’individuo di oggi è trattenuto ancora una volta dal carattere nazionale dell’italiano di ieri, di oggi e forse di domani-, è sorretto dall’idea che lui sia buono e “che la politica sia l’espressione di un’artificialità e di un’ambiguità volta a piegarlo e dominarlo”. La purezza si raggiunge nel togliere complessità al passato, nell’azzerarlo e nel proporre per il futuro soluzioni semplici, all’altezza della cuoca di Lenin. Se il passato è dipinto come un eterno e intricato complotto, il futuro assume profili mitici, e la realtà con i suoi nodi e le sue complessità svapora davanti al mito collettivo della purezza. Ma il grillino di base non è nemmeno sfiorato dal dubbio che in “tutte le macchine politiche che si fondano sui miti , l’esito non può essere che l’asservimento dell’individuo a un disegno totalizzante”.

Il nuovo dovrebbe essere il rifiuto del partito tradizionale e la finzione (linguistica) del movimento- che-non -è -un partito. Ma della tradizione partitica il movimento “ adotta la pratica della gestione oligarchica della politica come cultura dell’affidamento e dunque della deresponsabilizzazione”. L’orizzontalità dell’uno-che vale-uno cede alla verticalissima ferrea legge dell’oligarchia di Robert Michels, e la democrazia diretta della rete è celebrata nei riti orfici del voto incontrollato del web le cui chiavi di accesso e di controllo sono nelle mani dei leader carismatici con la conseguente soppressione degli spazi pubblici, dell’agorà, del luogo tradizionale della politica democratica. Essa, nel mondo di Grillo, si svolge in un luogo privato, nei server della Casaleggio & C. Il web 2.0 equivale alla proprietà immobiliare di Arcore, luogo in cui Berlusconi decideva. Sotto questo profilo “Grillo non è il prodotto di un’Italia politica dopo Berlusconi, bensì la sua continuazione, o per meglio dire la sua estremizzazione”.

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