Brodo di coltura

1 Luglio Lug 2014 1557 01 luglio 2014

"Dallas buyers club". Annotazione antropologica protestante

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Locandina del film di Jea-Marc Valleée Dallas Buyers Club

Andato al cinema. Un lunedì, è vero, ma eravamo due soli spettatori: da non credere. Visto il film Dallas Buyers Club di di Jean-Marc Vallée ispirato a fatti veri che ebbero come protagonista Ron Woodroof interpretato nel film da uno strabiliante Matthew McConaughey. Un film intenso e toccante, nella migliore tradizione civile americana. Mi soffermo solo su un particolare per così dire “antropologico”. Il protagonista, ammalato di AIDS, ha ingaggiato una dura lotta contro la burocrazia sanitaria americana e ha creato un gruppo di acquisto di medicinali lenitivi e curativi da associare al farmaco principale, l’AZT. Unica condizione per curare i malati è richiedere ad essi il contributo di 400 dollari mensili, che servono ovviamente per l’acquisto dei medicinali e per i frequenti viaggi del fondatore dell’associazione nei paesi ove i farmaci sono disponibili, farmaci che egli fa passare alle frontiere doganali, a proprio rischio e pericolo, come destinati alla cura personale.

Si crea subito una sorta di cortile dei miracoli nel piccolo appartamento da egli destinato ad astanteria, e i malati accorrono a frotte da ogni dove. Arriva anche un giovane che ha solo 50 dollari. Il protagonista svela subito un tratto che a noi cattolici di base può sembrare duro e incomprensibile. Si rivolge di brutto a tutta la corte dei miracoli e con tono risolutivo annuncia a un dipresso: “ Questa non è un’opera di carità o di misericordia. Qui senza i 400 dollari mensili non sarete né accettati né curati. È un principio inderogabile”. Invero Woodroof non ha messo in piedi un business. Gli è estranea la logica del profitto. Il suo obiettivo è davvero la cura dei malati. Ma egli è un americano. Il suo principio è piuttosto ispirato alla democrazia protestante: “Nessuna rappresentanza senza tassazione”. Se non paghi non hai cure. Ovviamente il principio ispiratore primo è quello sottostante e circolare della fiducia e del mutuo soccorso, il quale implicitamente pone l’assioma che se si dovesse derogare dalla sacrosanta regola dell’autotassazione non si potrebbe curare più nessuno. Mettendo a disposizione la propria quota ci si garantisce la propria cura e al contempo si assicura quella degli altri. Io credo che tale principio equo se è pensato in funzione di un collettivo di pari abbienti, ma duro e insopportabile se rivolto al singolo non abbiente, non sarebbe rispettato nella nostra moral basis cattolica ove vale piuttosto il principio: “come si mangia in trenta si mangia in trentuno” e “aggiungi un posto a tavola, o “Dio vede e provvede”. (Qui vien fatto di pensare, en passant: quanti danni ha creato la dottrina provvidenzialista, che spesso altro non è che una razionalizzazione taumaturgica della disorganizzazione?). Ciò che da noi non viene mai adeguatamente soppesato è che in realtà non ci si ferma mai a trentuno e che una volta rotto il principio inderogabile arriva la slavina dei trentadue e dei trentatré e la fatale rottura del vincolo associativo. È un bene, è un male questo nostro modo di ragionare? Già sarebbe tanto se venisse osservato ed enucleato come nostra specifica e sotterranea mentalità.