Brodo di coltura

17 Luglio Lug 2014 2215 17 luglio 2014

Brutti, sporchi e cattivi

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Leggo nel volume «Ettore Scola. Uno sguardo acuto e ironico sull'Italia e gli italiani degli ultimi quarant'anni» a cura di Stefano Masi (Lindau 2006) che Ettore Scola (il cineasta italiano che amo di più in assoluto) avrebbe proposto a Pier Paolo Pasolini la regia del film «Brutti, sporchi e cattivi». Pasolini non ebbe neanche il tempo di vederne la sceneggiatura o il trattamento perché venne ucciso nel novembre del 1975 e il film di Scola uscì pertanto l’anno successivo. Ma io ho sempre creduto che lo sguardo dei due cineasti sul sottoproletariato fosse del tutto difforme e che la proposta di Scola fosse frutto di un fraintendimento della propria opera o di quella di Pasolini.

Se si confronta questo film ad «Accattone» (1961) e ai due romanzi del decennio precedente si vedrà che lo sguardo di Pasolini, da intellettuale gidiano combinava già decadentismo e simbolismo e intravedeva nei ragazzi di vita e nel Lumpenproletariat romano degli anni ’50-’60 sia una sorta di primigenia e immobile forma dell’essere non ancora pervertita dalle offerte corruttive del neocapitalismo sia soprattutto il perno di una possibile salvezza allo stesso modo in cui Tolstoj e i populisti russi vedevano nei contadini della Russia ottocentesca l’energia vitale del riscatto «soteriologico» di una intera nazione abbattuta dal mancato sviluppo e scoraggiata dalla paralisi del progresso. Tant’è vero che sarà nel decennio successivo, a trionfo conclamato del capitalismo, negli anni ’70, che Pasolini si lamenterà della mutazione antropologica di questo non-ceto sociale e ne denuncerà la perdita dell’innocenza (vedi anche la recensione di «Un po’ di febbre» di Sandro Penna in «Descrizioni di descrizioni» mi pare – sono fuori casa e non posso controllare - tutta svolta su questi toni di perduto idillio) come anche il pervertimento comportamentale consumistico di un popolo ridotto ormai alla misura di una «qualsiasi» massa novecentesca.

Nel film di Scola lo «sguardo» è cattivo, scorticapelle, senza possibilità di riscatto o salvezza. È una umanità, quella ritratta, pervertita e sconcia, non angeli caduti ma proprio demoni imbruttiti dal lungo ristagno negli ultimi gironi dell’inferno sociale. Il titolo del film è già un’indicazione ermeneutica e fa il paio con quell’altro, altrettanto indicativo, de «I mostri» (1963) di Dino Risi, ma di cui Scola fu sagace sceneggiatore di alcuni episodi.

Quando mi sogno di poter intervenire, novello Danilo Dolci, sulla plebe urbana siciliana che ogni estate cade sotto il mio sguardo - plebe dalla quale provengo e verso la quale non posso vantare distanziazioni critiche né tantomeno «sguardi allontanati» da antropologo se non quelli del distacco e della fuga volontaria dopo le lotte politiche fallimentari nei quartieri popolari e il perseguimento del solo riscatto personale -, mi balza sempre davanti agli occhi il film di Ettore Scola: «Brutti, sporchi e cattivi», e mi raffreddo subito, vigliacco che non sono altro! Ma «loro», inutile girarci attorno, sono proprio così. Ed è bene tenerlo in onesta avvertenza non foss'altro per non cadere in Arcadie antropologiche smentite subito dall’osservazione partecipante e dall’insolenza dei fatti.