Brodo di coltura

21 Luglio Lug 2014 2234 21 luglio 2014

I carini al governo. Sotto il vestito niente?

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Il giro vita di Renzi, oggetto di scherno della rete

Anni fa ebbi l'avventura, uno fra i tanti precettati in platea, di assistere alla performance (guai a non usare la parolina inglese in questo contesto) di uno strutturatore di prodotti finanziari. Sì proprio così: uno specialista di quelle dannate polizze equity linked (agganciate ai corsi azionari) che gente come lui pensa e che poi altri propongono alla clientela retail nella rete di vendita. Era davvero competente. Per quanto io possa capire di prodotti finanziari - ma basta a volte una certa consuetudine con i giornali finanziari, e dopotutto non è necessario saper volare per comparare ed esprimere un giudizio sul volo di un’aquila o quello di un moscone - mi sembrò davvero bravo: mi bastò osservare l’incatenamento delle frasi, il controllo elegante delle subordinate, un lessico sobrio ma scelto, e il ricorso sprezzante all’anglopovero solo ove necessario, senza vezzi, no frills, insomma. «Un uomo che sa svolgere elegantemente una metafora può pur guidare un plotone d’imbecilli», avvertiva Flaubert in una sua lettera. Ma il nostro uomo era affetto da un handicap colossale nella nostra Italia degli abbronzati a gennaio come dei maron glacé: in quel mondo di fighetti azzimati, scattanti e con la testa sempre china a controllare le scarpe traslucide, era sovrappeso, decisamente pingue, e sudava un po’. Tra le signore in platea non suscitò particolari emozioni. Presso i vertici aziendali neanche. Fatto sta che sparì e non lo si vide più nelle convention aziendali.

Si dice e si ripete che nella società dello spettacolo in cui viviamo il bell’aspetto è diventato prevalente, dirimente, escludente, ma fatalmente necessario. Non faccio fatica a crederlo. È così, e lo osserviamo tutti i giorni. Viviamo in una società ad immagine rigorosamente controllata. E i diktat sono imperiosi e inderogabili quanto non scritti: a comprova che una società si regge più sulle tacite prassi e musiche improvvisate che su spartiti minuziosamente accurati e leggi e regolamenti puntigliosi (che nessuno segue). Se Brancati negli anni Trenta scriveva «avrei dato due terzi del mio cervello per un bicipite ben rilevato» si comprenderà che il tema (o il problema secondo i punti di vista) è all’ordine del giorno non certo da oggi. Sotto il fascismo il ventre piatto era altrettanto cogente del culto della personalità del Duce e spesso in mancanza d’altro addominali e Mascellone coincidevano nella pubblica venerazione. E in epoche ancora pregresse sotto il Direttorio quegli elegantoni degli Incroyables e delle Merveilleuses avevano dato lo sfratto ai lutulenti sanculotti del Terrore e mai in epoca come quella i capi di vestiario facevano funzione delle più ardite idee e forse erano esse stesse idee prêt-à-porter, più del nostro Sessantotto, epoca in cui Livia Cerini dichiarava preoccupata in una pièce «E' scoppiata la Rivoluzione e io non ho nulla da mettermi!».

Ma se non è una questione di oggi, tuttavia nell’epoca della televisione, della stampa di massa e di internet, essa sta diventando ingombrante. Si perdona più volentieri un furto o una malversazione che un calzino turchese, una grassazione che un po' di grasso nel girovita, un raggiro che una smagliatura. L’adipe di Renzi è stata oggetto di infinite osservazioni e scherni multimediali più del suo periodare sesquipedale o del frequente ricorso al sermo cotidianus, ai registri bassomimetici delle frasi «pedestri » di conio calcistico che, come in un suo predecessore, strizzano l’occhio ai Peninsulari. Si dirà che è quello che si merita chi ha puntato tutto sui ministri “carini”. Ma qualche valutazione, magari più feroce, sul merito, non sarebbe più urgente? Anche in Inghilterra in questi giorni le ministre “bamboline” sono oggetto di polemica e motivo di riprovazione per aver preso il posto di ministri di mezz’età considerati di grande talento ma non altrettanto fotogenici. E in Francia il Presidente Hollande s’è meritato l’epiteto di «budino» per via della silhouette non proprio di un magro scarnificato à la Voltaire.

Se la nostra società, al pari dell'Impero romano, cadrà per il saturnismo delle classi dirigenti, se la decapitazione delle élite e la distruzione dei migliori è un fatto che preannuncia il declino di qualsiasi civiltà, essa avverrà forse per aver noi preferito l’immagine alla sostanza, i boccoli ai concetti, l’abito al monaco, senza tacere che quando s’è scelto il monaco spesso s’è preso quello sbagliato, quello «per sé» e non quello «in sé», rinunciando comunque all’idea valida, sotto ogni cielo, che il monaco migliore è proprio quello «in sé e per sé»: ossia selezione tignosa di una classe dirigente degna di questo nome.

Oggi nessuno - salvo quegli originaloni dei tedeschi, che forse anche per questo vanno come dei treni - eleggerebbe un capo del governo dalla complessione assestata e dal fondoschiena « importante», addirittura un ministro delle finanze in carrozzella o dei ministri che ignorano bellamente Armani. Nell’ America di molti decenni fa, Franklin D. Roosvelt, paraplegico, conquistò l’elettorato quando il mezzo di comunicazione di massa era ancora la radio, e di un candidato si riceveva prevalentemente la voce e i Presidenti non si sentivano obbligati a scendere agili le scalette degli aerei in favore di telecamera agitando la manina e senza guardare i gradini, con la giacca abbottonata per soprammercato, o a salire sui palchi dei comizi saltellando come dei ginnasti. Non era ancora l’era degli Obama infatti. E la differenza s’è vista tutta, ahimè, nella gestione dei conflitti.