Brodo di coltura

30 Luglio Lug 2014 1906 30 luglio 2014

Bisogna salvare «l’Unità»?

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A me spiace che «l'Unità» chiuda. Mi sono formato sui «Quaderni del carcere» di Gramsci, il che è tutto dire. Quelli della mia generazione sono cresciuti all'ombra del PCI e della sua egemonia culturale. Giovane attivista di borgata fui destinatario anche di un abbonamento gratuito a «Rinascita», il settimanale del partito. Debbo dirla tutta: «Rinascita» era un settimanale plumbeo e praticamente illeggibile. Potrei farvi un resoconto a parte su chi ci scriveva e quali rubriche un giovane universitario qual ero io - che già cominciava tuttavia a curiosare tra le pagine di intellettuali non organici come Guido Calogero o Gaetano Salvemini -, riuscisse a leggere con un certo diletto (praticamente solo quella di cinema di Mino Argentieri). Anche «l'Unità» per me era illeggibile in quegli anni. In verità il quotidiano era «organo» di partito, non aveva cioè alcuna funzione di intrattenimento. Aveva piuttosto compiti di ammaestramento e di raccordo tra i «centralisti democratici» e le masse. Rinsaldava la «base» e spiegava la «linea». Roba che sembra di un millennio fa, e invece è di ieri, e sta ancora dentro la vita di una persona sotto i sessant’anni. Riguardo me, se non ci fosse stato il soccorso più o meno rosso di «Repubblica» e dell'«Espresso» che alla metà degli anni '70 rivoluzionarono in meglio il giornalismo italiano (mettendo anche, prima di «Drive in», qualche deretano femminile in copertina), penso che sarei morto asfissiato intellettualmente. Non che la stampa cosiddetta «borghese» fosse migliore intendiamoci. Lo stesso «Corriere» o «Il Giornale» o i settimanali di destra (ramo Rusconi) erano doppiamente illeggibili, roba da anticamera di dentisti o da negozio di parrucchiera, ossia il pubblico cui lisciava il pelo, riuscendoci alla grande, Indro Montanelli. Il miglior giornalismo allora era quello dei settimanali come «L’Europeo», «Epoca», «Panorama» o il quotidiano finanziato dall’Eni «Il Giorno» ormai impoverito dalla diaspora del suo corpo giornalistico transitato a «Repubblica».

Ma non è nelle mie intenzioni di entrare qui in una diatriba su quale fosse la stampa peggiore o migliore. Dico solo questo ora: l'«Unità» ha un debito di 110 milioni. Che con tutta probabilità per via della legge Prodi sarà ripianato dal Tesoro a piè di lista, cioè dalla collettività. Se anche riuscisse a ripartire, in un momento come questo di grande crisi della stampa 'stampata', in pochissimo tempo si riformerebbe un debito di uguale consistenza.

Si chiede da più parti a Renzi (che per molti deve essere una specie di Padre Pio, cioè uno che ha le mani profumate di rose e che fa miracoli) di intervenire e di «salvare» il quotidiano. Mi chiedo: con quali soldi? Con quelli del finanziamento pubblico ai partiti che nessuno più sopporta? In realtà personalmente sarei dell'idea che una quota della stampa politica vada finanziata a carico del Pritaneo. Se ci affidassimo solamente alle virtù miracolistiche del mercato avremmo sempre più la massificazione della stampa e la rincorsa popolare dei casi di cronaca o le donnine nude. E poi, siamo sinceri fino in fondo: dall'altra parte della barricata se Berlusconi chiudesse i rubinetti, come prima o poi accadrà a conclusione della sua avventura politica, non solo «Il Giornale», ma anche «Libero» o «Il Foglio» colerebbero a picco come il Titanic.

Ma il finanziamento pubblico dei giornali di partito oggi non appare strada percorribile per via dell'arcigna contrarietà dell'opinione pubblica (sbagliata, ma non ha aiutato in senso contrario il caso dell’«Avanti! » in mano a Lavitola), ma anche per via della clorosi intellettuale di molto giornalismo finanziato e assistito, che appare sotto ogni riguardo abbastanza pigro, piuttosto seduto, e anche alla fin fine disinteressato (come certi impiegati pubblici) della bontà del proprio prodotto, dei gusti come del voltaggio mentale, diciamolo con una battutaccia, dell'utilizzatore finale che per conto suo è sempre più «grillizzato» nella cultura politica (che è una cultura «Voyager») e sempre più con la testa in Rete...

Così come stanno le cose è meglio rassegnarsi alla chiusura del giornale che invocare miracoli o stracciarsi le vesti. Che sono azioni palesemente non-logiche, direbbe Pareto. Taccio infine sull'operazione cervellotica e costosissima, con decine di migliaia di euro pagati a Oliviero Toscani, per «reinventare» stilisticamente il giornale, la follia della riduzione a «minigonna» del formato e quant'altro dell'epoca Concita De Gregorio, perché altrimenti occorrerebbe aggiungere che ben prima il giornale andava chiuso. E Gramsci? Per recuperarne lo spirito, per godere ancora della sua prosa scattante e acre – il migliore italiano saggistico in circolazione nei tempi moderni – basterà a chi lo desidera e riesca a staccarsi dal computer e dalla lettura random dei giornali on line, abbordare i «Quaderni». Quelli non sono chiusi per chi non li ha mai aperti.