Brodo di coltura

1 Agosto Ago 2014 0840 01 agosto 2014

La «selezione epica» nella guerra Israele- Hamas

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Gaza: ragazzi camminano tra i resti di una moschea distrutta dopo un raid israeliano.

In narratologia si chiama «selezione epica». Se tu scegli di narrare le gesta di un personaggio o di una vicenda particolare (la guerra di Troia per sempio) non potrai mai, per ragioni di tempo e spazio redazionali, narrare tutte le gesta di quel personaggio o di quella vicenda, anche quelle senza particolare evidenza: dovrai scegliere, selezionare. Certo, c'è chi selezionerà tra gli eventi il maggior ventaglio possibile, riporterà i «particolari superflui» e scriverà «Guera e pace», un romanzo che si potrà leggere consecutivamente solo in compagnia di lunghi inverni russi e in assenza di distrazioni elettroniche, e, oggi , solo prendendo le ferie o permessi dal lavoro; o da giovane, come ho fatto io, prima di impiegarmi. Con la selezione epica, l'artista si concentrerà per esempio su «l'ira di Achille» nel cantare la guerra di Troia, e di essa riporterà gli atti e i fatti che seguono a quest'ira e la sua naturale e necesseria conclusione: l'uccisione di Ettore. Punto. Solo una sessantina di giorni, pare, per chi li ha contati.

Omero, decidendo di escludere dalla selezione la succulenta storia del cavallo di Troia ma anche tutti i fatterelli iniziali relativi al reclutamento degli eroi - con quella storia stupenda di Achille che per non partire in guerra fa lo scemo e si nasconde vestito da donna in un gineceo-, ha scelto un preciso «taglio» redazionale. Il suo. E per soprammercato si divertirà pure a tediarvi con il catalogo delle navi, nel libro secondo. Una descrizione che tutti saltano, ma che per alcuni è fondamentale e consustanziale al fare letteratura. C’è chi ha scritto che chi non apprezza le genealogie del Vecchio Testamento o il catalogo delle navi nell’«Iliade» non sa che cos’è la letteratura. Se vi sarà capitato di vedere «Quella sporca dozzina», una specie di piccola «Iliade» hollywoodiana, la fase propedeutica all'atto di guerra narrato - l'assalto a un castello zeppo di tedeschi - è tutta concentrata sulla scelta dei protagonisti della «dozzina». A Hollywood avevano idee diverse delle «regole di rappresentazione» rispetto a quelle di Omero.

La selezione epica non è un atto arbitrario e immotivato. Risponde non solo a «regole di regia» ben precise, ma a motivazioni intellettuali, a impulsi poetici, alle norme di rappresentazione di un dato momento storico in una nazione (nel romanticismo tedesco non valgono le stesse regole del neoclassicismo italiano), alle epoche e ai tempi (una volta, prima delle 'sfumature di grigio', gli atti sessuali espliciti cadevano nell'ellissi tipo «e la sciaugurata rispose»), ma soprattutto oggi, nella società delle sovrapposizioni dei media, alle aspettative del pubblico dei lettori. Di cui si sa qualcosa di più che ai tempi di Omero. È insomma, la selezione epica, una dei luoghi centrali del narrare, la chiave di volta della narrazione, è il «progetto» stesso del racconto, spesso occulto e da saper cogliere, da saper infra-leggere: spetta al lettore decrittarlo, snidarlo, intuire perché nel «montaggio» delle gesta del personaggio il narratore ha preferito questo o quel fatto piuttosto che un altro, perché ha amplificato un evento e ne ha occultato un altro, perché ha fatto uno zoom su un particolare o un arrêt sur l’image a cogliere un dettaglio e non un altro.

Adesso prendete la guerra che c'è stata e che c'è tuttora in Siria. Ha causato centinaia di migliaia di morti. Ma ha destato la stessa curiosità di un tifone nelle Filippine rispetto a quello «amplificato» oltre ogni dire di un piccolo tornado che si abbatte sulle coste orientali, ritualmente e stancamente, degli Stati Uniti, e che in Italia, per dire, determina di prammatica la spedizione in loco di una inviata speciale della Rai (la cocca del direttore, per esempio) che si dilungherà come Tolstoj su tutti i «particolari superflui » nella presupposizione implicita che un tornado americano è da preferire, da selezionare, rispetto a un tifone delle Filippine. In Siria, oggi, quella «sporca dozzina» dei legionari dell’ISIS mozza le teste degli oppositori e le infilza nelle picche dei cancelli, abbatte minareti millenari e fa il babau in tutta le regione. Risonanza mediatica? Pressoché vicina allo zero. Solo qualche amplificazione sul «particolare superfluo» del Califfo che predica povertà con il rolex che fuoriesce dalla manica della tunica, o il subcomandante barbuto che espone curiosamente il diario di Hello Kitty sul leggio.

Raid israeliani su Gaza.

Così anche nel recentissimo passato la guerra tra Iran e Iraq negli anni 1980-1988. Chi se la ricorda? Fu atroce, determinò un numero di morti superiore ai 450.000 secondo stime, ma passò praticamente inosservata perché non è entrata nella «selezione epica» occidentale. E le guerre non entrano nel nostro raggio di attenzione, nella nostra speciale hit parade secondo il numero delle vittime come sarebbe più logico attendersi. Oggi, tutta la guerra di Siria, oltre 300.000 morti, devastazioni immense, siti archeologici distrutti, antiche città rase al suolo è stata narrata pigramente ed ha avuto una audience, si dice così adesso, un centesimo rispetto a quella contestuale tra Israele e Hamas. Qui la «selezione epica» è stata puntigliosa, millimetrica, il bollettino dei morti giornaliero, gli arrêt sur l’image doviziosi sul singolo morto, la diatriba dei pro e i contra lacerante. Perché? Perché c’è di mezzo Israele: nel bene e nel male, è Israele che interessa. È Israele il motivo segreto della «selezione epica», il protagonista dell'irraggiamento del punto di vista. Non ci fosse Israele di mezzo, il conflitto sarebbe accolto con uno sbadiglio dalle redazioni. C’è infine da chiedersi: perché Israele desta tutta questa attenzione, perché shakespearizza così tanto estrema destra ed estrema sinistra, lacera le coscienze, rende avidi di eventi da narrare e pizzica particolarmente le cetre degli aedei moderni? La risposta è dentro di noi, e ognuno sa qual è. La mia risposta è la seguente: in questa guerra non ci si concentra su questo o quel protagonista per la semplice ragione che c’è già un antagonista di eccellenza, l’antagonista di sempre: l’ebreo. La maggior parte degli occidentali non ha chiuso i conti con l’ebreo, lo vorrebbe ancora errante e non sedentario forse. L’ebreo è una spina conficcata nelle sue carni e pizzica ancora e ancora la sua cetra: da qui all’eternità.