Brodo di coltura

8 Agosto Ago 2014 0829 08 agosto 2014

Dopo quanti disastri nel mondo cominciate a non sentire più dolore?

  • ...

Lisbona. Igreja do Carmo dopo il devastante terremoto del 1 novembre 1755

'Ognuno trova al termine dei propri risvegli tutto il disordine del mondo ridotto alla miserabile scala di un'inquietudine privata'. (Paul Nizan Aden Arabia).

Soffriamo molto per quello che Hegel chiamava «il cattivo corso del mondo». Guerre e carneficine in ogni angolo del pianeta, epidemie varie - dall’aviaria, a Ebola alla sindrome della mucca pazza-, uragani, tsunami, terremoti, inondazioni, emigrazioni di massa, incidenti aerei e ferroviari, disastri di ogni genere… La nostra vita di uomini del pianeta terra, o sarebbe più corretto dire di abitanti del «villaggio globale» è costantemente messa a dura prova. Infatti: più che la prima condizione - uomini del pianeta terra - conta di più oggi la seconda: abitanti del «villaggio globale». È proprio così: l’acutizzarsi o di converso l'affievolirsi della consapevolezza deriva più di ogni altro fattore dalla semplice conoscenza diretta, immediata e talora in tempo reale, della sequela dei disastri.

Un tempo, degli eventi luttuosi in angoli sperduti del pianeta, si sapeva poco o nulla, e nessuno pertanto ne soffriva o ne soffriva per quel tanto che ne sapeva. Nel ‘700, per esempio, uno tsunami spaventoso dall’altra parte del mondo, non veniva neppure a conoscenza degli europei. Anche 60 o 70 anni fa, il rapporto con gli eventi luttuosi lontani era molto più anestetizzato di oggi. Credete, a tal proposito, che se gli americani avessero avuto lo stesso numero di immagini riversate nei loro tinelli dai reporter di guerra in Vietnam durante la seconda guerra mondiale (il bombardamento di Dresda, di Montecassino, o lo stesso cruento sbarco in Normandia nei notiziari dei telegiornali serali piuttosto che nei Cineluce dei cinema a fine settimana) non avrebbero reagito con gli stessi moti di ripulsa e indignazione? Dice Apuleio (Metamorfosi, Lib. X,3): «Quod nemo novit, paene non fit». Ciò che nessuno sa quasi non esiste. È il fatto stesso di conoscerli, i fatti dolorosi, che ci fa soffrire. Se non sai, i fatti continuano esistere in sé certamente, ma quasi non esistono per sé. E nel «villaggio globale» i fatti esistono non in sé e per sé, ma perché ne veniamo a conoscenza, altrimenti senza quasi non esisterebbero nemmeno.

Il fenomeno dell’acutizzarsi della consapevolezza ha inizio nel mondo moderno con una data ben precisa: il 1° novembre 1755. Il giorno del terremoto di Lisbona. Era in corso di formazione, a metà Settecento, quella che Habermas (Storia e critica dell’opinione pubblica) chiama «la sfera pubblica» costituita da circolazione sempre più vorticosa e massificata di informazioni – nasceva il giornalismo moderno in quegli anni – e opinione pubblica che sta ancora oggi alla base della «ragione comunicativa» e delle democrazia moderna: informarsi per decidere. Voltaire prese questo tragico evento luttuoso che colpì così tanto l’opinione pubblica europea a pretesto per polemizzare contro l’ottimismo panglossiano di Leibniz e per sottolineare la sua concezione deista del mondo.

E tuttavia accade che all’ennesima puntura di spillo non si reagisce più e sembra affievolirsi l’azione degli eventi su di noi e di conseguenza la nostra reazione di indicazione ai governi di cosa fare o non fare. Intervenire? Mandare i propri soldati in quei luoghi lontani ove tanto si soffre per la guerra ingiusta? O girarsi storditi dall’altra parte perché troppi sono i luoghi ove il mondo brucia? Non solo per il dolore anche per il piacere assistiamo nella nostra esperienza ordinaria all’esaurimento spontaneo dell’eccitazione da ricezione. Quante volte possiamo leggere con lo stesso diletto il nostro libro preferito, ascoltare la sinfonia che ci ha rapiti, vedere e rivedere il film della nostra vita? Venti, trenta, cento, mille volte? Con lo stesso diletto? Quando comincia a cadere la palpebra dell’assuefazione? All’ennesimo ascolto delle «Quattro stagioni» di Vivaldi, si ha voglia quanto meno di passare al «Dixit dominus» o al «Gloria», ad ascolti meno frequentati e forse meno «consumati». Analogamente: dopo quale numero di ambulanti in spiaggia non vi fermate neanche a vedere la merce e ripetete solo stancamente senza alzare lo sguardo «no grazie», dopo quale ennesimo mendicante non lasciate cadere più la monetina nella ciotola? Se ponete alla vostra carità il principio inderogabile che un povero è un povero sempre e comunque non dovreste mai derogare da esso e la monetina dovrebbe cadere sempre e comunque e dello stesso valore. Ma così non è né potrebbe essere evidentemente. Ponete che state attraversando uno di quei vialetti interni alle villette a schiera e cominci ad abbaiare il cane della prima villetta; gli buttate un sasso. Si tacita. Non così potete fare con tutti gli altri cani delle villette a seguire. Un vecchio adagio siciliano recita: «A tutti i cani che abbaiano non gli puoi gettare una pietra».

Come il piacere si estingue per consumo così il dolore ci serializza affievolendo i suoi aculei. Si vive più cinicamente o è un cinismo naturale di sopravvivenza? Passare lungo il vialetto buio dell’esistenza più in fretta che si può: questa appare talora, realisticamente, la nostra reazione di abitanti del «villaggio globale». Assuefazione, cinismo, indifferenza? O piuttosto: naturale fachirizzazione?