Brodo di coltura

10 Agosto Ago 2014 2142 10 agosto 2014

Stereotipi e idee ricevute

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Walter Lippmann (1889- 1974)

Meravigliosa l’estate: momento dei libri accantonati per occasioni migliori, delle letture amene e dell’erranza intellettuale. Uno dei saggi più belli che ho letto sugli stereotipi (in questi giorni) è quello di Walter Lippmann (1889- 1974) un brillante e colto giornalista liberal americano. In buona sostanza Lippmann dice (in «L’onda anonima» a cura di Stefano Cristante, Meltemi, Roma, 2004, che antologizza tra i saggi di vari autori questo capitolo sugli stereotipi tratto dal libro «L’opinione pubblica», del 1922 nell’edizione Donzelli, 2004) che la nostra conoscenza è limitata, frammentaria e poggiante quasi tutta su stereotipi, ossia generalizzazioni sommarie, forzate e costituite da «tipi accettati, schemi correnti, versioni standard». La nostra conoscenza delle persone, ma anche dei fatti o dei luoghi, è spesso tributaria di una visione precostituita. Quell’uomo è un uomo d’affari e noi degli uomini di affari abbiamo un concetto che spesso è un preconcetto, e perciò «processiamo» quella persona secondo questa pre-visione, la quale precede e condiziona la visione stessa dell’uomo d’affari che abbiamo davanti a noi. «Non c’è il tempo né la possibilità per una conoscenza profonda. E così ci limitiamo a notare un tratto che caratterizza un tipo ben conosciuto, e riempiamo il resto dell’immagine grazie agli stereotipi che ci portiamo in testa». Ora, sembrerebbe che questi stereotipi, che sono certamente un intralcio alla «vera» conoscenza, in realtà costituiscano una sorta di foresta di simboli e immagini che arredano la nostra mente e tengono viva la nostra immaginazione: sono come compagni di viaggio inopportuni e festosi delle «vere » idee, dei «veri» pensieri, tanto che «l’abbandono di tutti gli stereotipi, per un atteggiamento completamente innocente difronte all’esperienza impoverirebbe la vita umana».

E dunque? Lippmann spiega che se è impossibile sopprimere gli stereotipi o farne a meno nel semplice processo conoscitivo, tuttavia la questione della loro subdola capacità di interporsi tra il nostro io e il reale e di installarsi nella nostra mente, dipende dalla loro qualità. Occorre verificare quindi se essi sono del tutto ingovernabili e ci hanno preso, per così dire, la mano, anche grazie alla scarsa qualità della nostra educazione, oppure se i nostri superiori codici culturali e la nostra generale filosofia del mondo sono in grado di rintuzzarli, modificarli di buon grado facendoci capire che sono quel che sono, ossia dei semplici stereotipi, pre-concetti, pre-giudizi.

Ovviamente, a me sembra, occorre lavorare nella «sfera superiore» delle idee, dei codici, della visione generale del mondo. Ma qui dovremmo essere in grado di sapere fare la storia delle nostre idee, quando esse sono entrate in noi, se hanno resistito o meno a una investigazione seria e rigorosa della nostra ragione, se e quanto siamo disposti ad abbandonare una «visione del mondo» che si è dimostrata alla distanza illusoria, fallace, e talora tenuta in vita solo per una astratta e ostinata «fedeltà a noi stessi». Entra in gioco in questa «sfera superiore» sia dell’intelletto che della ragione (non voglio fare sottili distinzioni kantiane) la stessa qualità delle nostre idee e dei nostri codici culturali generali. Ma, ahimè, qui entra pure in gioco il mio amato Flaubert, il quale ci avvertiva (nel «Dizionario delle idee ricevute») che quasi tutte le nostre idee non sono nate in noi, ma sono «reçues», oppure idee chic, eleganti ma fallaci, delle quali ci siamo sconsideratamente innamorati: dei sonori ma amabili luoghi comuni insomma. E, infatti, anche la nostra educazione, che dovrebbe sovrintendere agli scherzetti che ci giocano continuamente gli stereotipi, è spesso fatta di informazioni e di nozioni di seconda mano, giacché avere una conoscenza diretta e dettagliata dell’immane materiale costituente i fatti culturali preminenti che costituiscono il panorama delle conoscenze entro le quali ci muoviamo tutti i giorni (elenco a caso: la storia e il significato del romanzo, l’impatto delle religioni, il funzionamento dell’economia, il meccanismo della psiche e del profondo ecc. ecc) è impresa ardua cui ostano sia le nostre deboli forze intellettuali sia la brevità della vita. Tutti siamo specialisti, quando lo siamo, di qualcosa e per il resto ci abbandoniamo alle idee correnti, a quelle che, e sarebbe già un vantaggio, resistono al semplice buon senso. Bene che ci vada facciamo nel corso della vita un solo pozzo da cento metri e cento pozzi da un metro.

Insomma, sia verso la sfera bassa degli stereotipi, laddove si formano le prime informazioni e impressioni del mondo, sia verso quella alta delle idee e dei giudizi ponderati, dove il mondo viene adeguatamente processato, dobbiamo essere sempre insonni, vigili e armati, come chi ha già avuto la casa svaligiata dai ladri.

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