Brodo di coltura

28 Novembre Nov 2015 1845 28 novembre 2015

Sul linguaggio politico di Renzi

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Nella storia del linguaggio politico siamo passati dallo stile aulico e orfico e contro le regole geometriche di Aldo Moro ('convergenze parallele'), a quello più fantasioso ma ugualmente inattingibile o comunque non scioglibile nel lingua ordinaria di Francesco De Martino ('equilibri più avanzati') a quello allusivo ma non chiarificatore di Enrico Berlinguer ('esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre' - voleva forse dire l'abbandono del comunismo? no!), fino al subitaneo abbassamento stilistico con frequente ricorso al brutale 'sermo cotidianus' di Bettino Craxi (' questo lo vada a dire a suo nonno', rivolto al giornalista Fracassi durante una tribuna politica o 'intellettuale dei miei stivali' all'indirizzo di Galli della Loggia).

Adesso siamo giunti al basso mimetismo linguistico, davvero corrivo se accompagnato dal sonoro della voce, inespressivo, da recita, di Renzi con le esortazioni a essere 'social' ma non nerd e a 'taggare i soggetti pericolosi'.

Non vedo evoluzione, in verità. Mi aspetto sempre un italiano schietto e armonioso, una lingua che non sia di legno ('langue de bois' dicono i francesi), che non sia semplice per forza, perché non sempre in politica, come in diplomazia e talvolta in amore, si può dire pane al pane e vino e al vino, ma almeno assennatamente espressiva senza pencolarsi come Tarzan tra la lingua fiorita di Cyrano de Bergerac e quella assolutamente inerte e burocratica da Comitato Centrale.

Una lingua politica con trasalimenti espressivi, increspature stilistiche di gran classe, ma in fondo netta, pulita, spiccia, e dritta come una freccia al suo bersaglio... Una lingua tutta da inventare in attesa che Renzi cambi gostwriter

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